«Non può essere... non può essere...»
Max stava sulla panchina, nei giardinetti piccoli piccoli di fronte all'ufficio.
Come ogni mattina, come ogni primavera della sua nuovissima routine.
Il giornale free press nella mano sinistra, un bicchiere di caffè americano di McDonald's nella destra.
Di fronte, la porta del palazzo, che avrebbe dovuto varcare di lì a poco.
Sulla sua testa, i coraggiosi passerotti metropolitani cantavano le loro litanie di accoppiamento, tutti pieni di energia sul ramo del vecchio ippocastano, sopravvissuto al cemento e alle polveri sottili.
«Non può essere... non può essere...»
Max era sereno.
Gli ci era voluto così tanto tempo, per tornare ad essere sereno.
Aveva dovuto ricostruire tutto.
Prima spazzare via le macerie della sua vita.
Poi scavare nuove fondamenta.
E poi, lentamente, rendere solidi muri che a lui, in quei giorni terribili fatti di ansiolitici e psichiatri, di crisi di panico e notti insonni di astinenza e sudori gelidi e incubi ad occhi aperti, sembravano di carta velina.
Non poteva essere.
Lei.
Il suo terremoto.
La bomba atomica che lo aveva raso al suolo peggio di Hiroshima.
No, la pilota dell'aereo che sganciò la bomba.
Lei non era la responsabile della distruzione.
Lei aveva solo abbassato la leva.
E lui era sotto.
Nel ruolo che il destino aveva scelto per lui.
Bersaglio ideale.
Alice.
Si ritrovò a sillabarne il nome nel cervello.
Le sinapsi rimisero insieme le lettere, come non accadeva da anni.
Per autodifesa.
A... li... ce...
Il suo nome, i ricordi seppelliti sotto quelle vecchie macerie, riaffiorarono lentamente. Inesorabili come una fuga di gas.
O come il profumo di marijuana, prima che ti passino la canna.
I ricordi, in fila.
Lei, diciassette anni.
Lui, trentacinque.
Lei, studentessa.
Lui, professore.
Lei, finta ingenua.
Lui, finto sicuro di sé.
Lei, dolce.
Lui, assetato di dolcezza.
Lei, affamata e curiosa e nuova.
Lui, cibo per saziarla.
E per saziarsi a sua volta.
Alice.
I suoi fianchi erano ancora rotondi e generosi.
Splendidi.
Una curva pericolosa, disegnata da Dio e da Giotto, apposta per lui, come amava dirle un tempo.
I pantaloni di un completo color prugna li fasciavano stretti stretti.
E ad ogni passo, sul vialetto del parco, la giacca e la camicia attillata si sollevavano un poco, scoprendo un lembo invitante di carne nuda.
Su.
Giù.
Su.
Giù.
Ad ogni passo, ritmico e ossessivo come le onde del mare calmo sulla spiaggia.
Su.
Giù.
Le sue caviglie.
Scarpe con i tacchi a sollevarla appena.
I suoi capelli lunghi, ma non troppo, lo ipnotizzavano ad ogni beccheggio.
Su.
Giù.
La morbida piega della sua bocca carnosa.
Dove amava scomparire.
E far scomparire qualcosa di sé.
Gli sembrò di sentire la sua voce:
“Vienimi in bocca, ti prego, ti prego...”.
Sentì davvero la sua voce. Lei lo aveva visto, passandogli accanto, mentre lui invano cercava di usare il giornale free press come trincea. E gli ringhiò contro qualcosa. Che lui non capì.
Max aveva le orecchie che fischiavano come un treno. E il cuore nelle tempie.
E un'improvvisa, prepotente, inesorabile erezione nei pantaloni.
Cinque anni.
Ne aveva diciassette.
Ne ha ventidue.
Cinque anni senza vederla mai.
Cinque anni, di cui tre passati a guardare quello che aveva intorno crollargli addosso.
Dal giorno in cui la accompagnò a casa con la Palio station wagon, e si gettò sul sedile a fianco, lì in doppia fila, per baciarla ancora, stringerla ancora, nutrirsi ancora della sua giovane carne.
Come se sapesse che non sarebbe durato così a lungo.
E il toc toc di un pugno sul vetro del finestrino.
E un urlo acuto, di madre che vede la sua bambina in pericolo.
Max stava baciando Alice.
E i genitori di lei stavano tornando da una cena con amici.
Nello stesso momento.
E la riconobbero.
E...
Alice.
Cambiò scuola.
Amicizie.
Forse città.
Dissero che doveva abortire.
Ma non era possibile.
Erano sempre stati attenti.
Alice.
Era giovane.
Facile ricostruirsi una vita.
Infatti non lo chiamò più.
Del resto lui cambiò numeri.
Da quando la moglie lo cacciò di casa.
E gli impedì di vedere la sua bambina, nata otto mesi prima.
Ancora oggi non saprebbe riconoscerla, se la vedesse in una di quelle file per due di piccoli esploratori che fanno una passeggiata fuori da un asilo.
E il solo pensiero gli faceva sanguinare il cuore.
Più della denuncia per violenza sessuale, derubricata davanti al giudice.
Più della cacciata dalle scuole di ogni ordine e grado.
Più delle pagine dei giornali, della sua foto al telegiornale.
Più del giorno in cui scavalcò il parapetto del ponte.
E guardando giù non ebbe nemmeno il coraggio per saltare.
E passò alle pasticche, agli ansiolitici, alla morte lenta, dolorosa e quotidiana.
Una, due, mille volte.
E i dottori.
E la disintossicazione.
E gli incubi, e l'insonnia.
E il silenzio.
E gli ospedali.
E la porta chiusa a chiave.
E le urla soffocate dalle pareti spesse, che arrivavano dalle stanze vicino, dalle altre agonie quotidiane.
E l'odore di piscio e di disinfettante e di detersivo sulle lenzuola...
Alice.
La sua bomba atomica, colei che lo aveva intossicato, reso schiavo e poi raso al suolo, adesso aveva attraversato la strada ed era di fronte al portone di quel palazzo, dove lui entrava ogni singola mattina. Perché lì?
Non per lui.
Faceva l'editor e il traduttore in una piccola casa editrice, che esaminava manoscritti per quelle più grandi.
Nessuno conosceva il suo nome.
E lui, da quando aveva smesso di finire sui giornali e di ricordare qualcosa di brutto a chiunque, non si metteva certo a ricordarlo a tutti.
«Ehi, sono il porco che stuprò la sua studentessa...».
Alice.
Solo due uffici in quel palazzo.
La casa editrice al piano terra.
La banca dal primo al terzo.
Magari doveva andare al piano di sopra.
Doveva chiedere un mutuo, un lavoro, una consulenza finanziaria.
O forse no.
Si nascose il viso tra le mani, sudate come la fronte.
Lo avrebbe scoperto presto.
Era ora di entrare in ufficio.
E non poteva sgarrare.
Andrea, l'amico che lo aveva raccomandato, presentandolo come uno dei massimi appassionati di letteratura straniera del mondo, aveva taciuto gli altri dettagli del suo curriculum.
Doveva far finta di nulla.
Anche se fosse stata là, dietro la porta a vetri della Byblion.
Doveva tacere.
Dimenticare.
Tapparsi il naso e chiudere gli occhi.
Ne era uscito.
Si era disintossicato.
Aveva una nuova vita.
Il professor Monteleone non esisteva più.
C'era solo Max, quello taciturno che stava a testa bassa e leggeva, leggeva, leggeva. Max Monti, per la precisione. Andrea aveva fatto anche quello: gli aveva consentito di iscriversi ai registri dell'azienda con il suo vero nome, ma di presentarsi e farsi chiamare da tutti, dai colleghi ai biglietti da visita, con uno pseudonimo. Che nessuno si azzardasse a ricordare il passato...
Gettò il caffè, nemmeno a metà, rinunciando all'ultima dipendenza che si concedeva ancora.
Ingurgitò una Frisk.
La prima della mattina.
Ne mangiava mille al giorno.
Mano alla bocca, scatto di glottide e giù.
Stesso gesto delle pasticche di qualche mese prima.
Gettò il giornale.
Attraversò la strada.
Il cuore era impazzito.
Voltò l'angolo del pianerottolo.
Chiuse gli occhi.
La porta a vetri, no, non l'avrebbe guardata subito...
(segue nel post successivo)
LEGENDA
Questo blog contiene un racconto a puntate, in fase di aggiornamento (quasi) quotidiano. A differenza degli altri blog, il post più recente è l'ultimo della lista, per facilitare la lettura a chi ci capita per la prima volta.
Gingerina & SerialLicker
Gingerina & SerialLicker
lunedì 1 settembre 2008
due
“Ciao faccia di merda”.
Quella frase le uscì dalla bocca con un tono secco, stizzito e sprezzante, al punto che lei stessa se ne stupì.
Max sollevò di colpo lo sguardo che malcelava dietro a un giornale.
L’espressione sgomenta di lui arrotondò quella sensazione di crescente scomodità, per cui, mantenendo il passo costante, gli passò oltre, come se nulla l’avesse scomposta.
In realtà si sentiva le guance paonazze, come se la rabbia, mista alla confusione, fosse vampata nelle vene alla sola vista di quell’uomo.
Quel bastardo che le aveva fottuto la vita.
Reincrociarlo dopo cinque anni di nulla, le aveva tirato fuori solo quelle quattro parole.
Certo, mai avrebbe pensato di incontrarlo di nuovo.
In cuor suo aveva tante volte sperato che fosse morto.
Di stenti, di cancro, di pillole.
Qualsiasi cosa, purchè dolorosa.
Con gli anni se n’era addirittura quasi convinta e, anche quando si era trovata a confidarsi con Adele, aveva poi sempre dichiarato fermamente, pur mai scendendo in particolari, che il destino l’aveva punito strappandolo dal mondo in modo atroce.
Camminava spedita rivedendo in rapida sequela quello che per anni aveva tentato di dimenticare.
Non avrebbe mai creduto che sarebbe bastato rispolverare un po’ per scoprire quei ricordi abbaglianti.
Più camminava, più si sentiva montare dentro l’odio che per anni aveva soffocato in uno stretto nodo di indifferenza, di superiorità, e infine di vittoria.
Lei si era risollevata.
Certo, aveva troncato ogni relazione con i suoi genitori.
Non aveva più avuto alcun contatto con la madre e, anche se il padre, di quando in quando, aveva tentato di raggiungerla al telefono, l’aveva sempre dovuto fare di sfuggita e di nascosto, perché “sai che mamma è ancora arrabbiata e non vuole”.
Aveva dovuto cambiare tutto, della sua vita.
Diventare donna subito, che non c’era più tempo.
E così si era trasferita da una zia in Sardegna, prima solo per l’estate, poi decidendo di fermarsi a concludere lì gli studi, in quel paesino dimenticato da Dio a sud di un’isoletta popolata da pecore e silenzi.
Zia Nora era una vecchia signora, in pensione ormai da diversi anni.
Aveva lavorato tutta la vita in un’acquacoltura, accelerando i ritmi di crescita e di evoluzione delle “sue creature” - come lei le chiamava - e adesso passava le giornate ad accettare che stavolta fosse invece il tempo, a rallentare diabolicamente le sue funzioni vitali.
A spegnerla a poco a poco, immobile, su quella poltrona lisa con le ciabatte di velluto ai piedi e lo scialle color rubino sulle gambe.
Strana legge di contrappasso.
Il cervello ormai non stava dalla sua parte e Alice dovette presto abbandonare la sua idea di proseguire con gli studi.
Nessuno l’avrebbe aiutata.
Era sola al mondo e avrebbe dovuto cavarsela senza poter contare su nessuno.
Spesso, la notte, singhiozzava forte, con la faccia premuta sul cuscino, ricordando quando, con le amiche, parlava di Londra, e di Barcellona, e di Amsterdam, e di paesi che lei avrebbe visitato alla fine di ogni anno accademico, per rigenerarsi dagli studi.
Aveva programmato la sua vita così a puntino, nella sua testa.
E poi era felicemente innamorata di Max e lui l’avrebbe aiutata, e seguita, e sostenuta, come d’altronde le aveva sempre promesso.
E invece l’aveva abbandonata.
Figlio di puttana.
Non aveva mai pensato che sarebbe stato facile, ma lui le dichiarava quel suo cieco amore, determinato e instancabile, e lei aveva finito per crederci davvero.
Razza di stupida.
Per anni non si era fidata di un uomo, tanto che non aveva mai più avuto relazioni serie e, anche quando si trovava a sfogare i suoi istinti sessuali, dopo qualche Glen disinibente, all’angolo di qualche parcheggio o nel bagno di qualche locale, poi scappava prima che il fortunato potesse anche solo riallacciarsi i pantaloni.
Viene da sé che la reputazione di Alice non era certo buona, da quelle parti, tanto che dovette abbandonare il lavoro di cameriera che aveva al “Lucky Moon”, un baraccio ibrido e maleodorante.
Era quasi arrivata alla porta a vetri, che risentì quella voce nelle orecchie:“Se vuoi fare la puttana, vai a venderla da un’altra parte. Qui si serve birra”
E lei digrignando i denti gli aveva risposto di botto, urlandogli in faccia che poteva andarsene a fanculo, lui e quel bar di merda.
Poi, appena fuori, si era ritrovata a stringere forte i pugni e a piangere di rabbia, con il mondo intero sulle spalle e quel senso di inadeguatezza crescente e terrificante.
“Mi scusi” si schiarì la voce scacciando quei maledetti pensieri.
“Prego”, fece eco la signorina dietro al monitor.
“Buongiorno, sono Alice Pitteri. Avrei un appuntamento con il signor…” parlava frugando nella borsetta, nel probabile tentativo di spulciare quel bigliettino su cui aveva appuntato quel nome, “...eccolo: Massimiliano Monti.”
“Si accomodi pure” sorrise gentile la ragazza, indicando le poltroncine dell’atrio, “dovrebbe essere qui a minuti”.
Alice ricambiò il sorriso, si sedette di fronte a quella porta chiusa e sparì nei suoi pensieri.
Un quadro, appena più in là, aveva acchiappato la sua attenzione.
Si alzò lenta, sistemandosi la giacca sui fianchi, e si avvicinò alla pittura.
Era una riproduzione di “Un paio di scarpe” di Vincent Van Gogh.
Quel quadro lo conosceva bene.
Molto bene.
E anche la storia che c’era dietro.
E davanti.
Tutte le volte che l’aveva osservato, ammirato, che ne aveva parlato.
Strano rivederlo dopo anni.
Altro ricordo che si spolvera.
Altro abbaglio che ferisce gli occhi.
Li intravide, i suoi occhi, sul vetro che proteggeva quel quadro e si accorse che era sul confine limite che non le permetteva di nascondere più quel dolore, quel disorientamento, quel miscuglio di sensazioni, da tempo messe a tacere in un angolo, che pareva non esistere nemmeno più e che oggi si ripresentava invece così energico e in primo piano.
Si passò le mani tra i capelli per ravvivare i riccioli e decise di convincersi che si trovava lì per ben altro.
Basta farsi minare la vita da vili ricordi.
Basta rimuginare sul nulla.
Niente da fare, era più forte di lei.
Continuava a ricordare.
Quando, qualche mese dopo lo scandalo, Alice tentò di rimettersi in contatto con il suo Max, a scuola dissero che non ne sapevano nulla, e così le amiche che le erano rimaste.
Lei temeva volessero tutelarla dai pensieri infamanti che la gente gretta aveva edificato nelle loro testoline immature, ma poi dovette arrendersi, quando anche fingendosi una giornalista a caccia di interviste, lo stesso Preside Bartolini le disse al telefono che quell’uomo non aveva lasciato alcuna traccia di sé, che era sparito, che la sua casa era ormai abitata da un’altra famiglia e che nessuno al mondo pareva sapesse più nulla della sua esistenza.
“Faccia di merda”, ripensò scandendoselo in testa a chiare sillabe.
L’aveva continuata a prendere per il culo tutto questo tempo.
Faccia di merda.
Faccia di merda.
(continua qui sotto)
tre
Il gelo della porta a vetri sul palmo della mano, trovata a memoria con gli occhi chiusi, fu quasi un sollievo che lo riportò verso la realtà. Verso la routine. Con i piedi per terra, ben dentro la sua nuova vita. Il cuore batteva ancora. A martello pneumatico. Lo sentiva nella testa e nelle vene del collo, che sembravano sul punto di esplodere per la pressione. E il respiro profondo sapeva del mentolo artificiale della Frisk.
“Buongiorno Max”.
“Ciao Stefy” riuscì a dire con un filo di voce alla efficientissima e giovane segretaria. Che tutte le mattine se lo coccolava un po' con gli occhi. Come se fosse affascinata dal suo mistero, dal suo guscio serrato. Come se sapesse che, tanto, non lo avrebbe mai aperto.
Il cuore batteva ancora. Max però non spostava gli occhi dal bancone. Alzarli, e rischiare di vederla, lì, a fianco della reception, sarebbe stato troppo. Sarebbe svenuto. O morto. O esploso. Come la sua vena nel collo.
“Cerchi posta? Niente posta. Né messaggi”.
Stefania detta Stefy sorrideva. Stava bene, nel suo trucco leggero e rassicurante. Da ragazzina. Una ragione in più per starle lontana, aveva sempre pensato lui, soffocando qualsiasi pensiero dolce e piccante.
“Però c'è il tuo appuntamento. E' arrivata in anticipo”.
“Arrivat...a?”
“Sì... aspetta, mi sono annotata il nome. Eccolo: Alice Pitteri. Spero di aver capito bene...”
Max si resse al bancone, cadendoci sopra con le mani. Sarebbe svenuto. Se non ci fosse stato quel bancone della reception.
Alice Pitteri.
“Pitteri, oggi tocca a te”. Ricordò il piacere sottile che gli provocava chiamarla alla cattedra per le interrogazioni, al liceo. Essere professionale, eppure rassicurante, con il suo sorriso da prof esigente ma tranquillo. Guardarla mentre si alzava. Il rumore della sedia che struscia sul pavimento, nel silenzio dell'aula in ansia. Scoprire se ha scelto i jeans, oppure la gonna. Guardarle le superga rosa, da ragazzina al primo anno. Dipingere pennellate con gli occhi sulle sue curve, sfacciate quando la maglietta era attillata, appena accennate quando l'inverno suggeriva ingombranti e caldi maglioni.
Alice.
Qui. E per lui.
Si ricordava dell'appuntamento, sì. Doveva valutare una giovane candidata per un lavoro da casa. Gruppo di lettura, lo chiamavano. Sottoporre un manoscritto a un target di lettori appassionati, competenti, e attenti, e aspettare il loro giudizio prima di proporlo alle case editrici. O di stamparlo in proprio. Non aveva mai fatto colloqui. Ma in ufficio lo stimavano: “Pensaci tu, da adesso in poi. Sai valutare i libri, figurati se non te la cavi con chi li leggerà”.
“Max... stai bene?”
Max sentiva le gocce di sudore gelido sulla fronte. E dentro, a impregnargli la maglietta e la camicia. Sentiva il rumore del suo respiro in affanno. Ripensò alle crisi di astinenza. Al senso di impotenza. E di disperazione. Pensò che una delle sue dipendenze era nella stanza accanto.
Prese una Frisk. La ingurgitò di scatto. Come se nel mentolo ci fosse la sua salvezza: “Il caffè, Stefy... Stamattina ci hanno messo l'olio delle patatine, da McDonald's”.
“Vuoi un bicchier d'acqua?”. Stefy, premurosa, si era alzata. La bottiglietta che si portava da casa, l'acqua nella confezione verde che fa fare tanta pipì, già nella mano destra.
“No. Magari quel fazzoletto di carta. Questo accidenti di sudore...”.
Stefy, veloce come una mamma, gli passò un kleenex.
“Vuoi che la avverta che ti senti poco bene? La faccio accomodare nel tuo ufficio?”
“Dov'è?”
“E' di là, davanti al Vincent Van”.
Vincent Van... Max non era uno che scherzasse molto. Non chiacchierava. Non giocava. Non flirtava. Non sprecava fiato in battute. Una sola cosa aveva imposto in quell'ufficio che gli aveva regalato la certezza solida di una nuova routine. Aveva imposto Van Gogh. E tutti, come lui, avevano cominciato a chiamarlo Vincent Van, “così mi sembra di parlare di un vecchio amico”.
Vincent Van... Anche con Alice lo chiamavano così. Anche Alice aveva imparato da lui ad amarlo. Ad ammirarlo. A perdersi nei suoi colori violenti e sbiaditi da astigmatico che guarda il mondo con un punto di vista tutto suo. E geniale.
Con il suo primo stipendio in casa editrice si era ricomprato il poster di “Un paio di scarpe”. E lo aveva appeso, in cornice, sulla parete più grande dell'anticamera di fronte al suo nuovo piccolo ufficio. Non dentro il suo ufficio, non dove potesse vederlo sempre. Ma lì fuori. Che lo vedesse almeno quattro volte al giorno. E gli ricordasse il passato. E gli errori. E la passione. E che la sua vecchia vita era esistita. Ma era in un libro. In un quadro. Nelle pennellate di un pittore morto.
Perchè sfogliavano uno dei suoi libri su Vincent Van, quel pomeriggio nella sua casa vuota, in cui dovevano lavorare su una tesina su arte e letteratura. E fu davanti a quel quadro, che le loro mani si intrecciarono, le loro guance si sfiorarono, le loro labbra...
“Non dirle niente, Stefy. Mi asciugo il sudore e vado di là. Era solo caffè, mica cicuta...”
“Come vuoi Max. Per un po' non ti passo telefonate”. E gli fece l'occhiolino. Era uno dei soliti scherzi che gli facevano. L'uomo che non parlava mai, che non usciva mai, che leggeva e basta. E che non aveva nessun amico che lo cercasse in ufficio. Mai.
Max respirò profondamente. E s'incamminò a passi lunghi e lenti verso l'atrio. Alice smise di specchiarsi in Vincent Van e si voltò, sentendo avvicinarsi qualcuno.
La prima occhiata fu di sorpresa. Poi lui vide le sue labbra che si serravano, come se lei stringesse dentro di sé la rabbia, l'odio, o forse l'emozione del rimpianto, la nostalgia.
Max stese la mano destra.
Sudata, bagnata, gelida.
“Ciao, scusa il ritardo”.
“Buongiorno Max”.
“Ciao Stefy” riuscì a dire con un filo di voce alla efficientissima e giovane segretaria. Che tutte le mattine se lo coccolava un po' con gli occhi. Come se fosse affascinata dal suo mistero, dal suo guscio serrato. Come se sapesse che, tanto, non lo avrebbe mai aperto.
Il cuore batteva ancora. Max però non spostava gli occhi dal bancone. Alzarli, e rischiare di vederla, lì, a fianco della reception, sarebbe stato troppo. Sarebbe svenuto. O morto. O esploso. Come la sua vena nel collo.
“Cerchi posta? Niente posta. Né messaggi”.
Stefania detta Stefy sorrideva. Stava bene, nel suo trucco leggero e rassicurante. Da ragazzina. Una ragione in più per starle lontana, aveva sempre pensato lui, soffocando qualsiasi pensiero dolce e piccante.
“Però c'è il tuo appuntamento. E' arrivata in anticipo”.
“Arrivat...a?”
“Sì... aspetta, mi sono annotata il nome. Eccolo: Alice Pitteri. Spero di aver capito bene...”
Max si resse al bancone, cadendoci sopra con le mani. Sarebbe svenuto. Se non ci fosse stato quel bancone della reception.
Alice Pitteri.
“Pitteri, oggi tocca a te”. Ricordò il piacere sottile che gli provocava chiamarla alla cattedra per le interrogazioni, al liceo. Essere professionale, eppure rassicurante, con il suo sorriso da prof esigente ma tranquillo. Guardarla mentre si alzava. Il rumore della sedia che struscia sul pavimento, nel silenzio dell'aula in ansia. Scoprire se ha scelto i jeans, oppure la gonna. Guardarle le superga rosa, da ragazzina al primo anno. Dipingere pennellate con gli occhi sulle sue curve, sfacciate quando la maglietta era attillata, appena accennate quando l'inverno suggeriva ingombranti e caldi maglioni.
Alice.
Qui. E per lui.
Si ricordava dell'appuntamento, sì. Doveva valutare una giovane candidata per un lavoro da casa. Gruppo di lettura, lo chiamavano. Sottoporre un manoscritto a un target di lettori appassionati, competenti, e attenti, e aspettare il loro giudizio prima di proporlo alle case editrici. O di stamparlo in proprio. Non aveva mai fatto colloqui. Ma in ufficio lo stimavano: “Pensaci tu, da adesso in poi. Sai valutare i libri, figurati se non te la cavi con chi li leggerà”.
“Max... stai bene?”
Max sentiva le gocce di sudore gelido sulla fronte. E dentro, a impregnargli la maglietta e la camicia. Sentiva il rumore del suo respiro in affanno. Ripensò alle crisi di astinenza. Al senso di impotenza. E di disperazione. Pensò che una delle sue dipendenze era nella stanza accanto.
Prese una Frisk. La ingurgitò di scatto. Come se nel mentolo ci fosse la sua salvezza: “Il caffè, Stefy... Stamattina ci hanno messo l'olio delle patatine, da McDonald's”.
“Vuoi un bicchier d'acqua?”. Stefy, premurosa, si era alzata. La bottiglietta che si portava da casa, l'acqua nella confezione verde che fa fare tanta pipì, già nella mano destra.
“No. Magari quel fazzoletto di carta. Questo accidenti di sudore...”.
Stefy, veloce come una mamma, gli passò un kleenex.
“Vuoi che la avverta che ti senti poco bene? La faccio accomodare nel tuo ufficio?”
“Dov'è?”
“E' di là, davanti al Vincent Van”.
Vincent Van... Max non era uno che scherzasse molto. Non chiacchierava. Non giocava. Non flirtava. Non sprecava fiato in battute. Una sola cosa aveva imposto in quell'ufficio che gli aveva regalato la certezza solida di una nuova routine. Aveva imposto Van Gogh. E tutti, come lui, avevano cominciato a chiamarlo Vincent Van, “così mi sembra di parlare di un vecchio amico”.
Vincent Van... Anche con Alice lo chiamavano così. Anche Alice aveva imparato da lui ad amarlo. Ad ammirarlo. A perdersi nei suoi colori violenti e sbiaditi da astigmatico che guarda il mondo con un punto di vista tutto suo. E geniale.
Con il suo primo stipendio in casa editrice si era ricomprato il poster di “Un paio di scarpe”. E lo aveva appeso, in cornice, sulla parete più grande dell'anticamera di fronte al suo nuovo piccolo ufficio. Non dentro il suo ufficio, non dove potesse vederlo sempre. Ma lì fuori. Che lo vedesse almeno quattro volte al giorno. E gli ricordasse il passato. E gli errori. E la passione. E che la sua vecchia vita era esistita. Ma era in un libro. In un quadro. Nelle pennellate di un pittore morto.
Perchè sfogliavano uno dei suoi libri su Vincent Van, quel pomeriggio nella sua casa vuota, in cui dovevano lavorare su una tesina su arte e letteratura. E fu davanti a quel quadro, che le loro mani si intrecciarono, le loro guance si sfiorarono, le loro labbra...
“Non dirle niente, Stefy. Mi asciugo il sudore e vado di là. Era solo caffè, mica cicuta...”
“Come vuoi Max. Per un po' non ti passo telefonate”. E gli fece l'occhiolino. Era uno dei soliti scherzi che gli facevano. L'uomo che non parlava mai, che non usciva mai, che leggeva e basta. E che non aveva nessun amico che lo cercasse in ufficio. Mai.
Max respirò profondamente. E s'incamminò a passi lunghi e lenti verso l'atrio. Alice smise di specchiarsi in Vincent Van e si voltò, sentendo avvicinarsi qualcuno.
La prima occhiata fu di sorpresa. Poi lui vide le sue labbra che si serravano, come se lei stringesse dentro di sé la rabbia, l'odio, o forse l'emozione del rimpianto, la nostalgia.
Max stese la mano destra.
Sudata, bagnata, gelida.
“Ciao, scusa il ritardo”.
quattro
Alice rimase un istante pietrificata, come non avesse nessuna intenzione di ricambiare quella sfacciata gentilezza.
Razza di stupida.
Come poteva non averlo capito prima...
Ma certo... Max Monti. Massimiliano Monteleone.
Dannazione, avesse usato il cervello e l’avesse intuito prima ora non si sarebbe trovata lì, a faccia a faccia con lui.
Chi avrebbe mai potuto pensarlo.. certo, un dubbio, in fondo, le poteva anche venire... I segnali erano stati inequivocabili. Lui sotto al portone, il nome leggermente camuffato, il quadro. Ma oramai era tardi per voltare i tacchi e andarsene senza proferire parola.
Avrebbe anche potuto farlo, come no, ma questo avrebbe significato manifestare paura, vergogna, rabbia, resa... un qualsiasi sentimento diverso da quello che si era imposta di provare nei suoi confronti: indifferenza.
Era lì per lavoro, e non aveva intenzione di perdere un’occasione buona e di andarsene. Aveva dovuto prendere un aereo che gli era costato mille sacrifici.
Questa occasione poteva rappresentare l’inizio di una nuova strada. “Non me la rovini più la vita” pensò e, mentre lo pensava, allungò decisa una mano verso di lui, che ormai pareva sul punto di volerla ritrarre impacciato.
Deglutì forte e cacciò via ogni impulso di prenderlo a sberle. “Buongiorno”, sottolineò con distacco, “mi chiamo Alice Pitteri e mi avete contattata per quel progetto ‘Gruppo di lettura’ ”...
Il suo slancio verso di lui, lo aveva inondato di quella fragranza di vaniglia che conosceva fin troppo bene. Come era strana, la vita. Ci metti degli anni a sciacquarti di dosso certi odori.
Ti strofini il cervello maniacalmente, cerchi di smacchiare i tuoi ricordi. Con dedizione, giorno per giorno. Tenti di rimuovere quello strato sporco di dolore e, infine, l’alone pare sempre più leggero e, alla lunga, credi di avercela fatta. Ti compiaci. Ti dai virtuali botticine sulle spalle dicendo a te stesso quanto sei bravo, che sì, è stata dura, ma ce l’hai fatta.
Poi. Arriva il giorno in cui una stronza qualsiasi passa per strada, e tu stai pensando al tuo cane che è dal veterinario, a tua sorella, l’unica delle tre che non si è volatilizzata dopo lo scandalo, che ti ha invitato a cena la prossima settimana, alla tua impiegata che ha delle gonne che, più si accorcia il conto alla rovescia per l’estate, e più si accorciano loro. E questa stronza che ti passa a fianco c’ha il suo profumo, capisci?, e tu BAM!, frega più un cazzo di niente.
Non esistono più fottuti cani, non c’hai un cazzo di residuo di famiglia, non esiste nessuna troia di segretaria. C’è solo, di nuovo, Alice.
Solo Alice.
Fortemente Alice.
Stavolta era anche peggio perché, al ricordo, si aggiungeva l’immagine abbagliante di lei, in carne e ossa.
Non una fantasia impalpabile. Un corpo caldo. Il suo corpo caldo.
Annusò forte l’aria e vacillò, tanto che dovette chiudere gli occhi e ricacciare indietro quell’ondata di ricordi che pareva volerlo annegare.
Dio, portava ancora quel profumo. Si ricordò d’un tratto il sapore che aveva, quel profumo. Il pungente sapore dell’alcol, mentre le leccava il collo, le orecchie, l’incavo delle ginocchia. Ricordò la sua bocca offrire fremiti a quella pelle delicata e innocente. Un fremito percorse anche lui, da capo a piedi.
Lei sembrò accorgersene e troncò il discorso come a metà.
“Si sente bene?”, continuò imperturbabile, con l’aria incolpevole e come totalmente ignara di quel che poteva muoverglisi dentro.
“Uhm.. si, mi scusi”, fece lui allentandosi il colletto della camicia con l’indice tremulo.
Max decise, lì per lì, che tenere il suo gioco era la cosa più saggia e conveniente. Lei faceva finta di nulla? L’avrebbe fatto anche lui. Fingere che quella donna non aveva mai significato niente poteva rivelarsi la carta vincente per smettere di tremare. Non avrebbe avuto nessun passato da ricordare. Nessun rimpianto. Nessun fastidio. Niente di niente.
“Mi scusi” proseguì “si accomodi pure”.
Le fece strada nel suo ufficio e, una volta che furono entrati entrambi, lui si richiuse la porta alle spalle e si andò a sedere dietro alla scrivania, giusto di fronte a lei.
Cercò di fare il possibile per controllare l’agitazione, ma non riusciva a stare fermo. Deglutì e si sforzò di proseguire.
“Bene, Signorina, abbiamo valutato la sua richiesta e abbiamo ritenuto potesse fare al nostro caso..”
Lei lo ascoltava seria, occhi negli occhi, senza farsi tradire da un minimo di qualche sorta di emozione, o di sentimento. Aveva le gambe accavallate, il gomito poggiato sulle ampie sporgenze della poltrona di pelle nera, l’indice e il pollice a formare una elle sul quel suo mento a punta e il corpo, nella sua interezza, come leggermente inghiottito, a sagomare i cuscini, a seguire l’orma della schiena, della coscia, di quel culo tornito e sodo.
Max si accorse di distaccarsi dal suo iniziale proposito, così deviò il suo sguardo sullo schermo del pc e continuò a parlare, ticchettando nervosamente con il mouse e traslocando, con fare impegnato, il cestino da una parte all’altra del desktop.
“..per questo sono felice di annunciarle che abbiamo deciso di incaricarla di valutare questo libro, si chiama “Alberi di riso” è di una giovane scrittrice emergente, qui, della zona..”
Lei si sporse sulla scrivania verso il manoscritto che lui le stava indicando. Quel profumo, di nuovo.
“Dio dammi la forza di resistere”, pensò.
“Deve solo firmare questi documenti” proseguì, come desideroso di concludere al più presto, “formalità, direi, tutelano la privacy dell’autore, il diritto di copyright, queste cose qui”
Lei afferrò i fogli pre-stampati e lanciò loro un’occhiata veloce. Stessa cosa fece lui per il decolletè abbronzato di lei.
“Posso?” fece alzandosi e protendendosi sulla scrivania verso il portapenne.
Lo stava guardando dritto negli occhi. Ancora. Nessun cedimento.
“Certo”, sgranchì la voce Max avvicinandole il barattolo.
Le loro dita si sfiorarono appena.
Lui sussultò.
Si ritrovò a guardarla mentre, persa nel suo silenzio, compilava le carte.
Era libero di osservarla senza paura, ora che lei pareva lontana da lì. E scivolò sul suo viso, sul punto luce che aveva al collo, poi, di nuovo nella sua scollatura. Non ricordava che avesse un seno così pieno.
Idiota, forse non ce l’aveva a 17 anni, ma ora che ne aveva 22 era tutta un’altra cosa. Sentì spingere con forza sulla patta dei pantaloni e si rimproverò di non aver saputo mantener fede alle promesse che si era fatto, di stare tranquillo e di non agitarsi. Dannato coglione che non era altro. Contegno, cazzo!, contegno.
Stava tamburellando nervoso sul legno lucido della scrivania con la capocchia di una penna quando lei ruppe il silenzio.
“Qui chiedete sia il numero fisso che del cellulare. Io non ho telefono in casa, metto solo quello portatile.. che tanto ce l‘ho acceso sempre, anche di notte, per cui..”
Lui fece di sì con la testa, come privo di fiato.
“Stessa cosa per il fax, al posto suo, in caso di necessità, posso scrivere il mio indirizzo mail”
Su e giù.
Lei pareva a suo agio e non si era tradita nemmeno una volta.
Lui si odiava per il poco controllo che riusciva ad avere su di sé. Si incazzò con se stesso al punto che dovette alzarsi a stemperare la sua irritazione a grandi passi, avanti e indietro, come un animale in gabbia.
Prese il cellulare, ricordando a se stesso che non aveva nessuno da chiamare, con cui passare il tempo di un sms, a cui confidare il suo disagio.
“Ecco, credo che sia tutto”, fece lei riaffiorando dai moduli.
Max diede un’occhiata veloce per verificare che tutti i campi fossero compilati e notò subito che la sua grafia rotonda da adolescente aveva lasciato spazio a un tratto più veloce e secco. 348/2485… Si fermò prima di poterci anche solo fantasticare.
“Bene, Signorina, direi che qui abbiamo concluso” sospirò “farò archiviare i suoi dati e la schederemo nel caso si presentassero nuove occasioni di questo tipo.”
Max si sedette nervoso proprio nell’esatto istante in cui lei si alzò, ormai autorizzata a pensare che non ci fosse più motivo di prolungare quell’incontro.
Max si rialzò di scatto con un gesto di imbranata galanteria, che Alice trovò ridicolo e imbarazzante insieme.
Questo disprezzo, Max glielo lesse negli occhi. E, se possibile, si sentì anche peggio.
“Le ricordo, Signorina, che ha 4 settimane di tempo per leggere il manoscritto e produrre un giudizio” concluse balbettando, seguendola alla porta.
“Ma certamente” ribattè svelta lei aprendosi la porta e schiantando lo sguardo di nuovo sul Vincent Van.
Attimo di stasi.
Lui dietro di lei di una spanna, col fiato a mezz’aria.
Le sue spalle, così vicine. Avrebbe affondato la faccia in quei capelli odorosi, vicini al punto che ne poteva sentire lo shampoo fatto di fresco.
Immobili, entrambi.
“Arrivederci”, disse infine gelida senza nemmeno voltarsi a degnarlo di uno sguardo.
Poi, se ne andò.
Razza di stupida.
Come poteva non averlo capito prima...
Ma certo... Max Monti. Massimiliano Monteleone.
Dannazione, avesse usato il cervello e l’avesse intuito prima ora non si sarebbe trovata lì, a faccia a faccia con lui.
Chi avrebbe mai potuto pensarlo.. certo, un dubbio, in fondo, le poteva anche venire... I segnali erano stati inequivocabili. Lui sotto al portone, il nome leggermente camuffato, il quadro. Ma oramai era tardi per voltare i tacchi e andarsene senza proferire parola.
Avrebbe anche potuto farlo, come no, ma questo avrebbe significato manifestare paura, vergogna, rabbia, resa... un qualsiasi sentimento diverso da quello che si era imposta di provare nei suoi confronti: indifferenza.
Era lì per lavoro, e non aveva intenzione di perdere un’occasione buona e di andarsene. Aveva dovuto prendere un aereo che gli era costato mille sacrifici.
Questa occasione poteva rappresentare l’inizio di una nuova strada. “Non me la rovini più la vita” pensò e, mentre lo pensava, allungò decisa una mano verso di lui, che ormai pareva sul punto di volerla ritrarre impacciato.
Deglutì forte e cacciò via ogni impulso di prenderlo a sberle. “Buongiorno”, sottolineò con distacco, “mi chiamo Alice Pitteri e mi avete contattata per quel progetto ‘Gruppo di lettura’ ”...
Il suo slancio verso di lui, lo aveva inondato di quella fragranza di vaniglia che conosceva fin troppo bene. Come era strana, la vita. Ci metti degli anni a sciacquarti di dosso certi odori.
Ti strofini il cervello maniacalmente, cerchi di smacchiare i tuoi ricordi. Con dedizione, giorno per giorno. Tenti di rimuovere quello strato sporco di dolore e, infine, l’alone pare sempre più leggero e, alla lunga, credi di avercela fatta. Ti compiaci. Ti dai virtuali botticine sulle spalle dicendo a te stesso quanto sei bravo, che sì, è stata dura, ma ce l’hai fatta.
Poi. Arriva il giorno in cui una stronza qualsiasi passa per strada, e tu stai pensando al tuo cane che è dal veterinario, a tua sorella, l’unica delle tre che non si è volatilizzata dopo lo scandalo, che ti ha invitato a cena la prossima settimana, alla tua impiegata che ha delle gonne che, più si accorcia il conto alla rovescia per l’estate, e più si accorciano loro. E questa stronza che ti passa a fianco c’ha il suo profumo, capisci?, e tu BAM!, frega più un cazzo di niente.
Non esistono più fottuti cani, non c’hai un cazzo di residuo di famiglia, non esiste nessuna troia di segretaria. C’è solo, di nuovo, Alice.
Solo Alice.
Fortemente Alice.
Stavolta era anche peggio perché, al ricordo, si aggiungeva l’immagine abbagliante di lei, in carne e ossa.
Non una fantasia impalpabile. Un corpo caldo. Il suo corpo caldo.
Annusò forte l’aria e vacillò, tanto che dovette chiudere gli occhi e ricacciare indietro quell’ondata di ricordi che pareva volerlo annegare.
Dio, portava ancora quel profumo. Si ricordò d’un tratto il sapore che aveva, quel profumo. Il pungente sapore dell’alcol, mentre le leccava il collo, le orecchie, l’incavo delle ginocchia. Ricordò la sua bocca offrire fremiti a quella pelle delicata e innocente. Un fremito percorse anche lui, da capo a piedi.
Lei sembrò accorgersene e troncò il discorso come a metà.
“Si sente bene?”, continuò imperturbabile, con l’aria incolpevole e come totalmente ignara di quel che poteva muoverglisi dentro.
“Uhm.. si, mi scusi”, fece lui allentandosi il colletto della camicia con l’indice tremulo.
Max decise, lì per lì, che tenere il suo gioco era la cosa più saggia e conveniente. Lei faceva finta di nulla? L’avrebbe fatto anche lui. Fingere che quella donna non aveva mai significato niente poteva rivelarsi la carta vincente per smettere di tremare. Non avrebbe avuto nessun passato da ricordare. Nessun rimpianto. Nessun fastidio. Niente di niente.
“Mi scusi” proseguì “si accomodi pure”.
Le fece strada nel suo ufficio e, una volta che furono entrati entrambi, lui si richiuse la porta alle spalle e si andò a sedere dietro alla scrivania, giusto di fronte a lei.
Cercò di fare il possibile per controllare l’agitazione, ma non riusciva a stare fermo. Deglutì e si sforzò di proseguire.
“Bene, Signorina, abbiamo valutato la sua richiesta e abbiamo ritenuto potesse fare al nostro caso..”
Lei lo ascoltava seria, occhi negli occhi, senza farsi tradire da un minimo di qualche sorta di emozione, o di sentimento. Aveva le gambe accavallate, il gomito poggiato sulle ampie sporgenze della poltrona di pelle nera, l’indice e il pollice a formare una elle sul quel suo mento a punta e il corpo, nella sua interezza, come leggermente inghiottito, a sagomare i cuscini, a seguire l’orma della schiena, della coscia, di quel culo tornito e sodo.
Max si accorse di distaccarsi dal suo iniziale proposito, così deviò il suo sguardo sullo schermo del pc e continuò a parlare, ticchettando nervosamente con il mouse e traslocando, con fare impegnato, il cestino da una parte all’altra del desktop.
“..per questo sono felice di annunciarle che abbiamo deciso di incaricarla di valutare questo libro, si chiama “Alberi di riso” è di una giovane scrittrice emergente, qui, della zona..”
Lei si sporse sulla scrivania verso il manoscritto che lui le stava indicando. Quel profumo, di nuovo.
“Dio dammi la forza di resistere”, pensò.
“Deve solo firmare questi documenti” proseguì, come desideroso di concludere al più presto, “formalità, direi, tutelano la privacy dell’autore, il diritto di copyright, queste cose qui”
Lei afferrò i fogli pre-stampati e lanciò loro un’occhiata veloce. Stessa cosa fece lui per il decolletè abbronzato di lei.
“Posso?” fece alzandosi e protendendosi sulla scrivania verso il portapenne.
Lo stava guardando dritto negli occhi. Ancora. Nessun cedimento.
“Certo”, sgranchì la voce Max avvicinandole il barattolo.
Le loro dita si sfiorarono appena.
Lui sussultò.
Si ritrovò a guardarla mentre, persa nel suo silenzio, compilava le carte.
Era libero di osservarla senza paura, ora che lei pareva lontana da lì. E scivolò sul suo viso, sul punto luce che aveva al collo, poi, di nuovo nella sua scollatura. Non ricordava che avesse un seno così pieno.
Idiota, forse non ce l’aveva a 17 anni, ma ora che ne aveva 22 era tutta un’altra cosa. Sentì spingere con forza sulla patta dei pantaloni e si rimproverò di non aver saputo mantener fede alle promesse che si era fatto, di stare tranquillo e di non agitarsi. Dannato coglione che non era altro. Contegno, cazzo!, contegno.
Stava tamburellando nervoso sul legno lucido della scrivania con la capocchia di una penna quando lei ruppe il silenzio.
“Qui chiedete sia il numero fisso che del cellulare. Io non ho telefono in casa, metto solo quello portatile.. che tanto ce l‘ho acceso sempre, anche di notte, per cui..”
Lui fece di sì con la testa, come privo di fiato.
“Stessa cosa per il fax, al posto suo, in caso di necessità, posso scrivere il mio indirizzo mail”
Su e giù.
Lei pareva a suo agio e non si era tradita nemmeno una volta.
Lui si odiava per il poco controllo che riusciva ad avere su di sé. Si incazzò con se stesso al punto che dovette alzarsi a stemperare la sua irritazione a grandi passi, avanti e indietro, come un animale in gabbia.
Prese il cellulare, ricordando a se stesso che non aveva nessuno da chiamare, con cui passare il tempo di un sms, a cui confidare il suo disagio.
“Ecco, credo che sia tutto”, fece lei riaffiorando dai moduli.
Max diede un’occhiata veloce per verificare che tutti i campi fossero compilati e notò subito che la sua grafia rotonda da adolescente aveva lasciato spazio a un tratto più veloce e secco. 348/2485… Si fermò prima di poterci anche solo fantasticare.
“Bene, Signorina, direi che qui abbiamo concluso” sospirò “farò archiviare i suoi dati e la schederemo nel caso si presentassero nuove occasioni di questo tipo.”
Max si sedette nervoso proprio nell’esatto istante in cui lei si alzò, ormai autorizzata a pensare che non ci fosse più motivo di prolungare quell’incontro.
Max si rialzò di scatto con un gesto di imbranata galanteria, che Alice trovò ridicolo e imbarazzante insieme.
Questo disprezzo, Max glielo lesse negli occhi. E, se possibile, si sentì anche peggio.
“Le ricordo, Signorina, che ha 4 settimane di tempo per leggere il manoscritto e produrre un giudizio” concluse balbettando, seguendola alla porta.
“Ma certamente” ribattè svelta lei aprendosi la porta e schiantando lo sguardo di nuovo sul Vincent Van.
Attimo di stasi.
Lui dietro di lei di una spanna, col fiato a mezz’aria.
Le sue spalle, così vicine. Avrebbe affondato la faccia in quei capelli odorosi, vicini al punto che ne poteva sentire lo shampoo fatto di fresco.
Immobili, entrambi.
“Arrivederci”, disse infine gelida senza nemmeno voltarsi a degnarlo di uno sguardo.
Poi, se ne andò.
cinque
Trenta secondi. Forse meno. O metà mattinata. Max rimase paralizzato, in piedi nell'atrio davanti al suo ufficio. La faccia ficcata dentro il poster del suo pittore preferito. Quello che lei non aveva potuto non notare.
L'eco dei passi di Alice risuonava ancora nella sua testa. I tacchi a percuotere con ferma dolcezza il pavimento in finto parquet. Ritmo lento e inesorabile, da marcia militare.
La cognizione del tempo era perduta nei meandri delle pennellate di Vincent Van. Deformi macchie di colore e basta, a considerarle una per una. Ma appena lo sguardo si distraeva dai dettagli e coglieva il tutto, si creava la magia. Il caos diventava ordine. Il brodo primordiale di tonalità diventava immagine, quasi tridimensionale, ed emozione. E arte.
Una volta la vita era così per Max. Impossibile dare senso ad ogni singola pennellata, diceva a tutti, con il sorriso sicuro di chi ha capito tutto. Qualsiasi cosa accade per una ragione, si trova lungo il nostro cammino per uno scopo. E dobbiamo accettarla, farla nostra, sforzandoci di vedere il senso di quello che avviene nell'insieme. Che oggi non comprendiamo, ma domani un altro tassello del mosaico ci consentirà, finalmente, di capire.
Stronzate. Cose di altri tempi. Di un altro Max. Nelle notti insonni e codarde in bilico tra suicidio e sopravvivenza, circondato da ingiunzioni di avvocati e lettere anonime, la sua teoria delle pennellate gli era sembrata improvvisamente una colossale e inutile puttanata. Un castello di carte che si era costruito da solo. Una buona scusa per sviare i sensi di colpa, le convenzioni, i doveri, gli impegni.
Sposato e padre, non avrebbe mai dovuto innamorarsi. Di una studentessa, poi. Invece lasciò che accadesse. Mentì a sua moglie. Alla bimba che lei teneva attaccata al seno, anche quando non era ora di mangiare. Ad Alice, sì. Anche a lei. Innamorato lo era. E perdutamente. Ma era anche abbastanza coraggioso da lasciare la vita che aveva e crearne una con Alice?
Pensava che lo avrebbe capito, prima o poi. Tutto avviene per una ragione, no? Basta avere pazienza, dare tempo. E invece non lo scoprì mai. Perchè la menzogna sgorgò come da una fognatura intasata, davanti al resto del mondo. E un senso non lo trovò mai. Sbriciolato. Come il castello di carte della sua filosofia sghemba. Come la sua vita.
Il fiatone, la tachicardia. Max respirava a bocca aperta, velocemente, avido d'aria, naso a naso con le pennellate di Vincent Van riprodotte fedelmente sul poster.
Era a caccia di quella vita che gli stava di nuovo sfuggendo. Ma tutto quel che otteneva era di sentire il cuore battere più veloce ancora. E ad ogni pulsazione il sudore che veniva sputato fuori da ogni poro. Gelido. Appiccicoso. I colori sfuocati di Vincent Van gli annebbiavano le pupille. Lo stomaco rigettava all'insù orrendi ed acidi retrogusti al pallido aroma di caffè americano.
Ingurgitò una Frisk. Di scatto, come al solito. E il gusto della menta forte gli fece schifo. Tanto che la deglutì come una pastiglia. Era tutto finito. Il castello stava crollando di nuovo. Il suo era il fragile equilibrio di un funambolo dilettante.
Nella stanza accanto, che tutti conoscevano come il suo ufficio, era appena passata Alice. Splendida come allora. Ma distaccata, fredda, lontana. Ora però lui aveva il suo indirizzo, il suo numero di telefono. Dopo cinque anni, la possibilità di parlarle, spiegarle... Il destino aveva dato una scossa al filo. E lui stava per cadere.
“Max...”
Una mano sulla spalla. Il tepore dolce delle dita, mischiato al fastidioso umidiccio contatto sulla pelle del sudore di cui ormai era impregnata la sua camicia.
“Max... che succede...”
La voce dolce. Ma lontana. Come se arrivasse via radio. Come da un altro mondo. Il mondo dei sani di mente. Di quelli che ce l'hanno ancora, un equilibrio.
“Ti senti bene, Max?”
Lui, finalmente, voltò la testa verso quei suoni poco familiari. Da così tanto tempo nessuno si preoccupava per lui. Di lui. Dei suoi silenzi. Del suo invalicabile confine.
Stefy. La segretaria.
Max fissò i suoi occhi azzurri. Poi la camicia bianca. La minigonna rosa che scampanava un po' sulle cosce già abbronzate. E le ballerine candide che lasciavano intravvedere i piccoli solchi, là dove iniziano le dita dei piedi.
“Max... è una vita che sei qui impalato. E poi sei pallido. E stai sudando. Non è mica l'influenza, Max?”
Premurosa come una mamma. O come una fidanzata petulante. Che con lo stesso tono presente di spirito, cura la febbre, chiede che cosa vorresti per cena e ricorda di usare le pattine che il pavimento è lucido...
Eppure lui non aveva nessuno. Nessuno a cui telefonare. Nessuno con cui aprirsi. Sfogarsi. O parlare di cazzate, per soffocate i ricordi e le angosce, almeno per un paio d'ore. Aveva chiuso fuori il mondo. E gli occhi azzurri della petulante Stefy gli sembrarono improvvisamente qualcosa di buono.
“Stefy...” disse, appoggiando una mano sulla sua spalla, come per ricambiare il premuroso contatto di lei.
“Sì...”. Le dita di Stefy si serrarono un poco più strette, attorno al suo muscolo trapezio.
“Stefy... hai da fare a pranzo?”
“No!”. Sorriso. Sbrilluccichìo di zircone negli occhi celesti.
“Pranziamo insieme. Ti va?”
Il mento di lei che fa su e giù, accompagnato da un sorriso largo così.
Le va.
“Prendiamo un paio di kebab e andiamo al parco, a prendere il sole”.
Lei che storce il nasino all'insù. Non le piace il kebab?
“O andiamo dove vuoi tu”
Gli occhi azzurri conficcati nel suo viso pallido e ancora sudato.
“Offro io, eh?”
“Grazie...” mormora lei. E non si capisce se sia per il pranzo gratis o per aver visto una porta segreta spalancarsi nel muro che lui aveva eretto. E lei, la prima ad essere ammessa all'interno del suo giardino dei misteri.
“Ora vado in bagno, mi sbatto in faccia un po' d'acqua fredda, mi ripiglio da quel maledetto caffè di McDonald's e vado lì dentro a leggere un po' di roba. All'una meno un quarto ti passo a prendere”.
Stefy rise. Detto così, suonava come un appuntamento.
Rise anche Max. Piano. Timido. Sentendo lui stesso come un po' fuori luogo quella risata sommessa. Aveva mai riso, da quando era entrato alla Byblion?
“Fatti bella”. Un buffetto sulla guancia, e si voltò, per fare rotta verso il bagno. I suoi passi silenziosi non coprirono il rumore di sottofondo. Il sospiro di Stefy. Soddisfatto. O così almeno sembrò a lui.
L'eco dei passi di Alice risuonava ancora nella sua testa. I tacchi a percuotere con ferma dolcezza il pavimento in finto parquet. Ritmo lento e inesorabile, da marcia militare.
La cognizione del tempo era perduta nei meandri delle pennellate di Vincent Van. Deformi macchie di colore e basta, a considerarle una per una. Ma appena lo sguardo si distraeva dai dettagli e coglieva il tutto, si creava la magia. Il caos diventava ordine. Il brodo primordiale di tonalità diventava immagine, quasi tridimensionale, ed emozione. E arte.
Una volta la vita era così per Max. Impossibile dare senso ad ogni singola pennellata, diceva a tutti, con il sorriso sicuro di chi ha capito tutto. Qualsiasi cosa accade per una ragione, si trova lungo il nostro cammino per uno scopo. E dobbiamo accettarla, farla nostra, sforzandoci di vedere il senso di quello che avviene nell'insieme. Che oggi non comprendiamo, ma domani un altro tassello del mosaico ci consentirà, finalmente, di capire.
Stronzate. Cose di altri tempi. Di un altro Max. Nelle notti insonni e codarde in bilico tra suicidio e sopravvivenza, circondato da ingiunzioni di avvocati e lettere anonime, la sua teoria delle pennellate gli era sembrata improvvisamente una colossale e inutile puttanata. Un castello di carte che si era costruito da solo. Una buona scusa per sviare i sensi di colpa, le convenzioni, i doveri, gli impegni.
Sposato e padre, non avrebbe mai dovuto innamorarsi. Di una studentessa, poi. Invece lasciò che accadesse. Mentì a sua moglie. Alla bimba che lei teneva attaccata al seno, anche quando non era ora di mangiare. Ad Alice, sì. Anche a lei. Innamorato lo era. E perdutamente. Ma era anche abbastanza coraggioso da lasciare la vita che aveva e crearne una con Alice?
Pensava che lo avrebbe capito, prima o poi. Tutto avviene per una ragione, no? Basta avere pazienza, dare tempo. E invece non lo scoprì mai. Perchè la menzogna sgorgò come da una fognatura intasata, davanti al resto del mondo. E un senso non lo trovò mai. Sbriciolato. Come il castello di carte della sua filosofia sghemba. Come la sua vita.
Il fiatone, la tachicardia. Max respirava a bocca aperta, velocemente, avido d'aria, naso a naso con le pennellate di Vincent Van riprodotte fedelmente sul poster.
Era a caccia di quella vita che gli stava di nuovo sfuggendo. Ma tutto quel che otteneva era di sentire il cuore battere più veloce ancora. E ad ogni pulsazione il sudore che veniva sputato fuori da ogni poro. Gelido. Appiccicoso. I colori sfuocati di Vincent Van gli annebbiavano le pupille. Lo stomaco rigettava all'insù orrendi ed acidi retrogusti al pallido aroma di caffè americano.
Ingurgitò una Frisk. Di scatto, come al solito. E il gusto della menta forte gli fece schifo. Tanto che la deglutì come una pastiglia. Era tutto finito. Il castello stava crollando di nuovo. Il suo era il fragile equilibrio di un funambolo dilettante.
Nella stanza accanto, che tutti conoscevano come il suo ufficio, era appena passata Alice. Splendida come allora. Ma distaccata, fredda, lontana. Ora però lui aveva il suo indirizzo, il suo numero di telefono. Dopo cinque anni, la possibilità di parlarle, spiegarle... Il destino aveva dato una scossa al filo. E lui stava per cadere.
“Max...”
Una mano sulla spalla. Il tepore dolce delle dita, mischiato al fastidioso umidiccio contatto sulla pelle del sudore di cui ormai era impregnata la sua camicia.
“Max... che succede...”
La voce dolce. Ma lontana. Come se arrivasse via radio. Come da un altro mondo. Il mondo dei sani di mente. Di quelli che ce l'hanno ancora, un equilibrio.
“Ti senti bene, Max?”
Lui, finalmente, voltò la testa verso quei suoni poco familiari. Da così tanto tempo nessuno si preoccupava per lui. Di lui. Dei suoi silenzi. Del suo invalicabile confine.
Stefy. La segretaria.
Max fissò i suoi occhi azzurri. Poi la camicia bianca. La minigonna rosa che scampanava un po' sulle cosce già abbronzate. E le ballerine candide che lasciavano intravvedere i piccoli solchi, là dove iniziano le dita dei piedi.
“Max... è una vita che sei qui impalato. E poi sei pallido. E stai sudando. Non è mica l'influenza, Max?”
Premurosa come una mamma. O come una fidanzata petulante. Che con lo stesso tono presente di spirito, cura la febbre, chiede che cosa vorresti per cena e ricorda di usare le pattine che il pavimento è lucido...
Eppure lui non aveva nessuno. Nessuno a cui telefonare. Nessuno con cui aprirsi. Sfogarsi. O parlare di cazzate, per soffocate i ricordi e le angosce, almeno per un paio d'ore. Aveva chiuso fuori il mondo. E gli occhi azzurri della petulante Stefy gli sembrarono improvvisamente qualcosa di buono.
“Stefy...” disse, appoggiando una mano sulla sua spalla, come per ricambiare il premuroso contatto di lei.
“Sì...”. Le dita di Stefy si serrarono un poco più strette, attorno al suo muscolo trapezio.
“Stefy... hai da fare a pranzo?”
“No!”. Sorriso. Sbrilluccichìo di zircone negli occhi celesti.
“Pranziamo insieme. Ti va?”
Il mento di lei che fa su e giù, accompagnato da un sorriso largo così.
Le va.
“Prendiamo un paio di kebab e andiamo al parco, a prendere il sole”.
Lei che storce il nasino all'insù. Non le piace il kebab?
“O andiamo dove vuoi tu”
Gli occhi azzurri conficcati nel suo viso pallido e ancora sudato.
“Offro io, eh?”
“Grazie...” mormora lei. E non si capisce se sia per il pranzo gratis o per aver visto una porta segreta spalancarsi nel muro che lui aveva eretto. E lei, la prima ad essere ammessa all'interno del suo giardino dei misteri.
“Ora vado in bagno, mi sbatto in faccia un po' d'acqua fredda, mi ripiglio da quel maledetto caffè di McDonald's e vado lì dentro a leggere un po' di roba. All'una meno un quarto ti passo a prendere”.
Stefy rise. Detto così, suonava come un appuntamento.
Rise anche Max. Piano. Timido. Sentendo lui stesso come un po' fuori luogo quella risata sommessa. Aveva mai riso, da quando era entrato alla Byblion?
“Fatti bella”. Un buffetto sulla guancia, e si voltò, per fare rotta verso il bagno. I suoi passi silenziosi non coprirono il rumore di sottofondo. Il sospiro di Stefy. Soddisfatto. O così almeno sembrò a lui.
sei
Alice stava camminando spedita, fiera, a mento alto.
Si lusingava per come era stata in grado di governare la situazione.
Si stupiva della freddezza che era riuscita a sostenere, del tono che era riuscita a darsi senza cadere mai nei trabocchetti della memoria.
E poi, aveva notato l’imbarazzo di lui, indiscutibilmente malgestito, e questo l’aveva appagata ancora di più.
Dannato coglione.
Era determinata a lavarselo via dalla mente, quando entrò in un bar per rinfrescarsi con una bibita frizzante.
“Alice?”
Alice venne strattonata fuori dai suoi pensieri.
Andò a random con lo sguardo fino a che quegli occhi color cielo la inondarono di luce.
“Adele?? Oddio ma che ci fai tu qui?” sgranò gli occhi e si tuffò in un abbraccio emozionato che le allacciò per lunghissimi istanti.
“Ma non ci posso credere..”
Adele era stata l’ancora di salvezza di Alice.
Adele era stata l’unico punto fermo in un maremoto di emozioni.
Più grande di lei di qualche anno, Adele era sempre stata una fedele amica, una buona ascoltatrice e un’ottima dispensatrice di serenità e di fiducia nel futuro.
“Ma davvero, che ci fai qui?”, proseguì Alice scostandosi da lei ma sempre tenendola salda per le spalle, quasi non volesse far svanire un’illusione.
“Martina, la mia sorellastra... il matrimonio... ricordi? Beh, si sposa il prossimo sabato qui a Milano... e noialtri siamo venuti qui a scagliarle addosso il riso e a sperare di acchiappare il bouquet...”
Adele non aveva mai avuto storie serie, ma non aveva mai smesso di sperare nel principe azzurro.
Non esattamente di una bellezza canonica, Adele aveva sempre dovuto fare i conti con lo specchio, che non rifletteva affatto l’immagine che lei sognava di se stessa.
Aveva labbra sottili, quasi inesistenti, un ingombrante naso a patata e le guance tonde e piene, come un criceto che fa scorte per i periodi di magra.
I suoi capelli fini color miele contornavano il viso in una cornice piatta e antiquata e il suo corpo burroso e minuto la facevano somigliare a una delle fate della Disney.
Quelle fate buone che ti consolano, ti riescono a rimettere il sorriso negli occhi, ti regalano magie in grado di riportarti il buonumore sulla pelle, ma non certo un’erezione nei pantaloni.
Alice la guardava sorridente e rilassata mentre parlava veloce del viaggio che avevano fatto in macchina, del traghetto, delle peripezie degli ultimi preparativi.
“E tu invece che diavolo ci fai da queste parti?”, si bloccò d’un tratto Adele, realizzando la coincidenza.
“Ricordi che ti raccontavo di quel lavoro interessante che ho scovato su internet, ‘Gruppo di lettura’… ?” si fermò a mezz’aria come per sondare nei suoi occhi qualche bagliore di reminiscenza – “Sì, lo so che ormai, tra una cosa e l’altra, sono mesi che non ci vediamo... ma ricordo di avertelo accennato prima di spedire il curriculum...”.
“Sì, qualcosa mi suona, infatti”, ribattè Adele.
“Ecco, l’ho ottenuto” disse Alice. “Il lavoro” concluse.
“Fantastico!” spalancò entusiasta Adele “quale motivo migliore per festeggiare con una bella cena? Stasera?” strizzò l’occhietto Adele.
Alice realizzò che questa donna era sempre stata in grado di saltare fuori nei momenti giusti.
Già temeva che avrebbe passato la notte in albergo, da sola, a rimuginare sulla sua vita, sui buchi neri del suo cuore, forse leggendo qualche stralcio di quel manoscritto, di cui non avrebbe capito niente.
Scostando i pensieri con forza, avrebbe riletto decine di volte lo stesso paragrafo prima di cestinare l’idea di potersi concentrare su qualcos’altro che non fosse lui.
Max.
Avanti, a chi voleva darla a bere?
Quell’incontro l’aveva folgorata, eccome.
L’aveva scossa, le aveva riaperto ferite ancora doloranti, le aveva tolto d’un botto quel terreno da sotto i piedi che le aveva permesso, tutto quel tempo, di sentirsi superiore.
Quegli occhi, li avrebbe sentiti addosso tutta la notte, nel silenzio della sua stanzetta senza colazione da 50 euro.
Forse avrebbe allungato una mano sotto alle coperte e avrebbe premuto forte le dita tra le cosce, focalizzando le sue grandi mani venate.
Avrebbe messo fine a quel tremito accarezzandosi ad occhi serrati, sforzandosi di far riaffiorare alla sua mente quella sua bocca umida, quelle spalle ampie, quelle dita, che sfiorano le sue per un attimo, sul barattolo di plastica dura, e la fanno vibrare impercettibilmente da testa a piedi.
Mordendosi il labbro inferiore, presto il suo respiro sarebbe tornato regolare.
Nel momento stesso in cui si sarebbe sentita carica di vergogna, sporca e debole.
Forse avrebbe pianto.
Forse avrebbe maledetto la sua incoerenza.
Forse avrebbe dannato il momento in cui aveva preso la decisione di recarsi a quel colloquio.
Ma non l’avrebbe mai saputo, perché la sua fata si era materializzata in un caffè del centro e la aveva invitata a cena, spazzando via ogni possibilità di cadere in quel vortice malsano di rimpianti e rimorsi e ricordi.
Anzi, ora sapeva che avrebbe riso di gusto tutta la sera, lasciandosi dipingere a colori sgargianti gli aneddoti improbabili della sua amica pasticciona.
Sapeva che avrebbero passeggiato a braccetto nelle vie del centro chiacchierando come non facevano da troppo tempo.
Che avrebbero bevuto qualche amaro in più, ridendo forte per le vie mute della città notturna.
Sapeva che sarebbe arrivata a casa con la testa leggera e il riso nel cuore.
Con la promessa, che sapeva avrebbero mantenuto, di riallacciare un rapporto prezioso, una volta calmate le acque nuove.
Si sarebbe infilata sotto le coperte, dimentica del libro, di Max, delle poche ore di sonno che la separavano dal suo volo di rientro.
“Sicuro, a cena”, annuì luminosa. “Sto all’Ariston, ma sono poco pratica di Milano.. Passi a prendermi tu?”
“D’accordo, mia cara” fece Adele inchinandosi scherzosamente “la passo a prendere alle sette! Ora scappo che devo ancora passare a ritirare le bomboniere”. Strabuzzò gli occhi come se la cosa le seccasse, ma Alice sapeva bene che lei invece era sempre entusiasta di potersi rendere utile e che faceva tutto con un’innata generosità.
“Occhei, ci vediamo dopo allora”, Alice la baciò sulla guancia e la lasciò sgattaiolare veloce fuori dalle porte a vetri, poi oltre alla strada, poi nel vicolo senza sole, fino a perderla di vista.
Ma respirava forte ancora quel profumo di sollievo e di allegria, quando uscì.
Riprese il suo passo spedito e fiero di prima, ancor più galvanizzata, quando il cellulare vibrò annunciando un messaggio.
Vacillò, fuori da ogni previsione.
D’un tratto, le parve come se i sensi avessero avuto intenzione di abbandonarla lì sul marciapiede.
Milioni di puntini luminosi lampeggianti le offuscarono di colpo la visuale; dovette arrestarsi e si sentì fiacca al punto che dovette sedersi un attimo, a lato della strada, sul cornicione di finto marmo di una piccola bottega.
Era lui.
Lo sentiva.
Max aveva preso il suo numero di telefonino e ora si stava avvicinando.
Forse le domandava scusa.
Forse le chiedeva di uscire.
Forse le diceva semplicemente che era bellissima.
Il suo cuore le pulsava forte nelle orecchie, assordandola.
A fatica frugò nella borsa trovando il telefono.
Il sudore freddo le bagnava le mani e sentiva la plastica rossa del portatile sfuggirgli dalla presa.
Rimise a fuoco gli occhi.
Si guardò un attimo intorno, aprendo lo sportellino.
Respirò forte.
“Evita i tacchi alti e ricordati che l’ultima volta che non mi hai dato ascolto ti sei fatta tutto il dopo cena a piedi scalzi... ;-) Adele.”
Si lusingava per come era stata in grado di governare la situazione.
Si stupiva della freddezza che era riuscita a sostenere, del tono che era riuscita a darsi senza cadere mai nei trabocchetti della memoria.
E poi, aveva notato l’imbarazzo di lui, indiscutibilmente malgestito, e questo l’aveva appagata ancora di più.
Dannato coglione.
Era determinata a lavarselo via dalla mente, quando entrò in un bar per rinfrescarsi con una bibita frizzante.
“Alice?”
Alice venne strattonata fuori dai suoi pensieri.
Andò a random con lo sguardo fino a che quegli occhi color cielo la inondarono di luce.
“Adele?? Oddio ma che ci fai tu qui?” sgranò gli occhi e si tuffò in un abbraccio emozionato che le allacciò per lunghissimi istanti.
“Ma non ci posso credere..”
Adele era stata l’ancora di salvezza di Alice.
Adele era stata l’unico punto fermo in un maremoto di emozioni.
Più grande di lei di qualche anno, Adele era sempre stata una fedele amica, una buona ascoltatrice e un’ottima dispensatrice di serenità e di fiducia nel futuro.
“Ma davvero, che ci fai qui?”, proseguì Alice scostandosi da lei ma sempre tenendola salda per le spalle, quasi non volesse far svanire un’illusione.
“Martina, la mia sorellastra... il matrimonio... ricordi? Beh, si sposa il prossimo sabato qui a Milano... e noialtri siamo venuti qui a scagliarle addosso il riso e a sperare di acchiappare il bouquet...”
Adele non aveva mai avuto storie serie, ma non aveva mai smesso di sperare nel principe azzurro.
Non esattamente di una bellezza canonica, Adele aveva sempre dovuto fare i conti con lo specchio, che non rifletteva affatto l’immagine che lei sognava di se stessa.
Aveva labbra sottili, quasi inesistenti, un ingombrante naso a patata e le guance tonde e piene, come un criceto che fa scorte per i periodi di magra.
I suoi capelli fini color miele contornavano il viso in una cornice piatta e antiquata e il suo corpo burroso e minuto la facevano somigliare a una delle fate della Disney.
Quelle fate buone che ti consolano, ti riescono a rimettere il sorriso negli occhi, ti regalano magie in grado di riportarti il buonumore sulla pelle, ma non certo un’erezione nei pantaloni.
Alice la guardava sorridente e rilassata mentre parlava veloce del viaggio che avevano fatto in macchina, del traghetto, delle peripezie degli ultimi preparativi.
“E tu invece che diavolo ci fai da queste parti?”, si bloccò d’un tratto Adele, realizzando la coincidenza.
“Ricordi che ti raccontavo di quel lavoro interessante che ho scovato su internet, ‘Gruppo di lettura’… ?” si fermò a mezz’aria come per sondare nei suoi occhi qualche bagliore di reminiscenza – “Sì, lo so che ormai, tra una cosa e l’altra, sono mesi che non ci vediamo... ma ricordo di avertelo accennato prima di spedire il curriculum...”.
“Sì, qualcosa mi suona, infatti”, ribattè Adele.
“Ecco, l’ho ottenuto” disse Alice. “Il lavoro” concluse.
“Fantastico!” spalancò entusiasta Adele “quale motivo migliore per festeggiare con una bella cena? Stasera?” strizzò l’occhietto Adele.
Alice realizzò che questa donna era sempre stata in grado di saltare fuori nei momenti giusti.
Già temeva che avrebbe passato la notte in albergo, da sola, a rimuginare sulla sua vita, sui buchi neri del suo cuore, forse leggendo qualche stralcio di quel manoscritto, di cui non avrebbe capito niente.
Scostando i pensieri con forza, avrebbe riletto decine di volte lo stesso paragrafo prima di cestinare l’idea di potersi concentrare su qualcos’altro che non fosse lui.
Max.
Avanti, a chi voleva darla a bere?
Quell’incontro l’aveva folgorata, eccome.
L’aveva scossa, le aveva riaperto ferite ancora doloranti, le aveva tolto d’un botto quel terreno da sotto i piedi che le aveva permesso, tutto quel tempo, di sentirsi superiore.
Quegli occhi, li avrebbe sentiti addosso tutta la notte, nel silenzio della sua stanzetta senza colazione da 50 euro.
Forse avrebbe allungato una mano sotto alle coperte e avrebbe premuto forte le dita tra le cosce, focalizzando le sue grandi mani venate.
Avrebbe messo fine a quel tremito accarezzandosi ad occhi serrati, sforzandosi di far riaffiorare alla sua mente quella sua bocca umida, quelle spalle ampie, quelle dita, che sfiorano le sue per un attimo, sul barattolo di plastica dura, e la fanno vibrare impercettibilmente da testa a piedi.
Mordendosi il labbro inferiore, presto il suo respiro sarebbe tornato regolare.
Nel momento stesso in cui si sarebbe sentita carica di vergogna, sporca e debole.
Forse avrebbe pianto.
Forse avrebbe maledetto la sua incoerenza.
Forse avrebbe dannato il momento in cui aveva preso la decisione di recarsi a quel colloquio.
Ma non l’avrebbe mai saputo, perché la sua fata si era materializzata in un caffè del centro e la aveva invitata a cena, spazzando via ogni possibilità di cadere in quel vortice malsano di rimpianti e rimorsi e ricordi.
Anzi, ora sapeva che avrebbe riso di gusto tutta la sera, lasciandosi dipingere a colori sgargianti gli aneddoti improbabili della sua amica pasticciona.
Sapeva che avrebbero passeggiato a braccetto nelle vie del centro chiacchierando come non facevano da troppo tempo.
Che avrebbero bevuto qualche amaro in più, ridendo forte per le vie mute della città notturna.
Sapeva che sarebbe arrivata a casa con la testa leggera e il riso nel cuore.
Con la promessa, che sapeva avrebbero mantenuto, di riallacciare un rapporto prezioso, una volta calmate le acque nuove.
Si sarebbe infilata sotto le coperte, dimentica del libro, di Max, delle poche ore di sonno che la separavano dal suo volo di rientro.
“Sicuro, a cena”, annuì luminosa. “Sto all’Ariston, ma sono poco pratica di Milano.. Passi a prendermi tu?”
“D’accordo, mia cara” fece Adele inchinandosi scherzosamente “la passo a prendere alle sette! Ora scappo che devo ancora passare a ritirare le bomboniere”. Strabuzzò gli occhi come se la cosa le seccasse, ma Alice sapeva bene che lei invece era sempre entusiasta di potersi rendere utile e che faceva tutto con un’innata generosità.
“Occhei, ci vediamo dopo allora”, Alice la baciò sulla guancia e la lasciò sgattaiolare veloce fuori dalle porte a vetri, poi oltre alla strada, poi nel vicolo senza sole, fino a perderla di vista.
Ma respirava forte ancora quel profumo di sollievo e di allegria, quando uscì.
Riprese il suo passo spedito e fiero di prima, ancor più galvanizzata, quando il cellulare vibrò annunciando un messaggio.
Vacillò, fuori da ogni previsione.
D’un tratto, le parve come se i sensi avessero avuto intenzione di abbandonarla lì sul marciapiede.
Milioni di puntini luminosi lampeggianti le offuscarono di colpo la visuale; dovette arrestarsi e si sentì fiacca al punto che dovette sedersi un attimo, a lato della strada, sul cornicione di finto marmo di una piccola bottega.
Era lui.
Lo sentiva.
Max aveva preso il suo numero di telefonino e ora si stava avvicinando.
Forse le domandava scusa.
Forse le chiedeva di uscire.
Forse le diceva semplicemente che era bellissima.
Il suo cuore le pulsava forte nelle orecchie, assordandola.
A fatica frugò nella borsa trovando il telefono.
Il sudore freddo le bagnava le mani e sentiva la plastica rossa del portatile sfuggirgli dalla presa.
Rimise a fuoco gli occhi.
Si guardò un attimo intorno, aprendo lo sportellino.
Respirò forte.
“Evita i tacchi alti e ricordati che l’ultima volta che non mi hai dato ascolto ti sei fatta tutto il dopo cena a piedi scalzi... ;-) Adele.”
sette
“Guardo l'orologio. No, non lo guardo. Mette ansia. La aumenta. E bisogna mantenere il controllo. Altrimenti so già che cosa succederà. La bocca impastata, chiusa. La voce fuori controllo, acuta come un campanello guasto. Le risatine che squillano troppo, e fanno tanto fatina idiota. Il trucco sarà a posto? I vestiti? Un'occhiata sotto la scrivania, una carezza alla coscia che spunta dalla gonna. Le calze trasparenti sono perfette. La pelle sembra già abbronzata, anche se ho fatto una lampada sola. La camicetta ha quel bottone che tira, dove il seno spinge. E attrae gli sguardi. Perfetto. Perfetto. Il corpo parla. E sa cosa dire. Ah, se solo sapessi anche io sempre cosa dire...”
Stefy ha il cuore in gola. E la gioia e l'ansia che rimbalzano nel petto, e cozzano insieme, e insieme fanno un casino.
Stefy parla con se stessa, dentro la sua testa piena di pensieri confusi. Vorrebbe cercare di calmarsi. Invece guarda l'orologio, e fa un conto alla rovescia che moltiplica l'agitazione.
Il fatto è che quello è Max. E' quello dietro la porta. Quello con lo sguardo sempre triste, con la ruga di dolore che gli solca la fronte. Quello che ha il fascino calamita, di chi ha una storia, ma la nasconde. Stefy se n'è innamorata dal primo momento. Dal primo timido sorriso, il giorno delle presentazioni. Dalla routine che, giorno per giorno, lui ha costruito. Mai una richiesta fuori posto.
Gli altri, se la vedevano uscire, le urlavano dietro: “STEFYYYYY... ESCIIIIIII? VISTO CHE ESCI MI PRENDI LE SIGARETTEEEEE?”. E mai un grazie, mai un documento passato per fare fotocopie, guardando lei e non il bancone. E se erano giornate no, ogni scazzo era per lei, che non era mai abbastanza veloce, o abbastanza pronta, o abbastanza efficiente.
Max invece... Max non parlava. Max aveva un dolore. Aveva una ferita che sanguinava. Ma la teneva per sé. Non poteva essere cattivo. Stefy lo sapeva. Bastava guardarlo negli occhi. Gli serviva solo un po' di serenità, un po' di calore, e tanto amore. E lei era lì apposta. Voleva dirlo a mamma. Mamma che era mamma e amica. Che erano cresciute assieme, perchè papà era scappato presto. E Stefy aveva imparato da lei, a prendersi cura degli altri. A sapere quando ce n'era bisogno.
Mamma si prendeva cura di lei. E lei di mamma. Quante sere, a piangere sul divano. Non per il film. Il film era sempre una scusa. E l'unico conforto non era il lieto fine del film. Era abbracciarsi. Sapere che una era lì per l'altra. E viceversa.
Mamma lo sapeva, del collega misterioso. E quasi ogni sera, facendo finta di nulla, le chiedeva qualcosa, a mezza voce.
“Com'è andata?”. Poi una pausa. E poi, sospirando: “Novità”?.
Oh mamma, ti prego mamma. Chiedimelo stasera. Ho un'ora di pausa pranzo per conquistarlo. Per fargli capire. Nessuno può amarlo più di me. Meglio di me. Basta caffè da McDonald's. Glielo preparerò io...
Stefy ha il cuore in gola. E la gioia e l'ansia che rimbalzano nel petto, e cozzano insieme, e insieme fanno un casino.
Stefy parla con se stessa, dentro la sua testa piena di pensieri confusi. Vorrebbe cercare di calmarsi. Invece guarda l'orologio, e fa un conto alla rovescia che moltiplica l'agitazione.
Il fatto è che quello è Max. E' quello dietro la porta. Quello con lo sguardo sempre triste, con la ruga di dolore che gli solca la fronte. Quello che ha il fascino calamita, di chi ha una storia, ma la nasconde. Stefy se n'è innamorata dal primo momento. Dal primo timido sorriso, il giorno delle presentazioni. Dalla routine che, giorno per giorno, lui ha costruito. Mai una richiesta fuori posto.
Gli altri, se la vedevano uscire, le urlavano dietro: “STEFYYYYY... ESCIIIIIII? VISTO CHE ESCI MI PRENDI LE SIGARETTEEEEE?”. E mai un grazie, mai un documento passato per fare fotocopie, guardando lei e non il bancone. E se erano giornate no, ogni scazzo era per lei, che non era mai abbastanza veloce, o abbastanza pronta, o abbastanza efficiente.
Max invece... Max non parlava. Max aveva un dolore. Aveva una ferita che sanguinava. Ma la teneva per sé. Non poteva essere cattivo. Stefy lo sapeva. Bastava guardarlo negli occhi. Gli serviva solo un po' di serenità, un po' di calore, e tanto amore. E lei era lì apposta. Voleva dirlo a mamma. Mamma che era mamma e amica. Che erano cresciute assieme, perchè papà era scappato presto. E Stefy aveva imparato da lei, a prendersi cura degli altri. A sapere quando ce n'era bisogno.
Mamma si prendeva cura di lei. E lei di mamma. Quante sere, a piangere sul divano. Non per il film. Il film era sempre una scusa. E l'unico conforto non era il lieto fine del film. Era abbracciarsi. Sapere che una era lì per l'altra. E viceversa.
Mamma lo sapeva, del collega misterioso. E quasi ogni sera, facendo finta di nulla, le chiedeva qualcosa, a mezza voce.
“Com'è andata?”. Poi una pausa. E poi, sospirando: “Novità”?.
Oh mamma, ti prego mamma. Chiedimelo stasera. Ho un'ora di pausa pranzo per conquistarlo. Per fargli capire. Nessuno può amarlo più di me. Meglio di me. Basta caffè da McDonald's. Glielo preparerò io...
otto
“Guarda il quadro. No, non guardarlo. Fa male. Sa di lei. La sedia di fronte sa di lei. La stanza sa di lei. Ti servirà un nuovo ufficio. Da domani. O forse basterà sfogarsi. O lasciare che succeda. Ma succeda che cosa? Impossibile saperlo. I castelli di carte sono destinati a crollare. E' questa la nuova teoria. Non importa con quanta cura e quanto impegno li si costruisca. Cadono. Basta un soffio di vento”.
Max ha la testa che fa male e lo stomaco in burrasca. Inutile raccontarsi bugie. Il caffè di McDonald's ci è finito dentro per caso, nella tempesta. Max ha la scheda di Alice sulla scrivania. Aperta. Di lavorare, leggere, esaminare manoscritti non se ne parla. Tutto quello che ha esaminato sono i tratti della penna sul modulo. Sanno di lei. Quei fogli sanno di lei. Il lavoro, ormai, sa di lei. Max segue col dito le tracce della penna. Come se potesse impossessarsi di lei, tatuarsela sui polpastrelli. I numeri del telefonino. E l'occhio che cade al suo cellulare, acceso in modalità silenzioso sulla scrivania. Tanto non chiama nessuno. Mai. E i messaggi li manda solo Vodafone. Con le offerte. Tutto intorno a me...
Max segue col dito lettera per lettera. Arriva all'indirizzo mail. Apre la sua casella di posta. Come un automa, digita l'indirizzo. Il dito esita sul tasto del mouse, quando il computer chiede “inserisci in rubrica?”. Max sceglie “più tardi”. Poi alza gli occhi. Il quadro. Le vecchie scarpe. Vincent Van.
Due vecchie scarpe, che hanno visto il mondo dal basso. Calpestando fango. E merde di cane. Impregnandosi di polvere e di sudore. Inzuppandosi dell'acqua delle pozzanghere quando piove. E indurendosi al sole torrido dell'estate. Hanno le stringhe lacere, e il cuoio sulle punte è graffiato, ogni cicatrice un calcio a un sasso, o un marciapiede infido che fa incespicare. Sono sul pavimento, come abbandonate. Odorano di sporco e usato. Le guardi e vedi fatica, sofferenza. Disperazione di un destino segnato. Segnato come una strada di tornanti e ciottoli appuntiti, che sale in cima a una montagna. E giorno dopo giorno la montagna sembra sempre più alta, e la salita sempre più ripida.
“Ma sono insieme, cazzo. Il destino di quelle scarpe è triste e per nulla desiderabile. Ma il destino ha scelto per loro di stare insieme. E solo insieme hanno un senso. Una scarpa vecchia, sdrucita, sporca e puzzolente da sola non serve a nulla. Insieme all'anima gemella, invece, può servire a un povero disgraziato ad andare in miniera, o a spazzare le strade, o a fare qualunque merdoso lavoro gli sia consentito di fare. Insieme. Così è scritto.
Noi siamo quelle scarpe, Alice. Io e te. Il nostro senso è insieme. E basta.
Ti amo. Ti ho sempre amata.
Max”
Invio. Nemmeno se n'era accorto. E le aveva scritto una mail. Le dita sulla tastiera, veloci. Il tempo che sembrava un lampo. O forse era passato un secolo. Ma la confusione nella sua testa aveva cancellato il concetto di tempo. E quello di spazio. E i ricordi. E la logica successione dei fatti.
Lui era Max. E basta.
E lei era Alice. E basta.
Così, per sempre. Insieme. Come impressi in un quadro.
“Ehi, hai finito quella relazione?” Non ebbe il tempo, Max, di chiedersi se mai lei avrebbe letto quella lettera. O se l'avrebbe cestinata dopo la prima riga. Capendo che non era roba di lavoro quella che c'era scritta sopra.
Alla porta socchiusa, c'era Stefy. Gli occhi azzurri da giovane cerbiatta che aspetta con ansia di scalare la sua prima montagna. “Eri così assorto, che non volevo disturbarti. Ho aspettato che finissi di picchiettare sulla tastiera”.
Max guardò l'orologio. L'una meno cinque. Accennò un sorriso: “Scusa”.
“Dai, però adesso sbrigati. O non troveremo neanche una panchina libera ai giardini...”
Max ha la testa che fa male e lo stomaco in burrasca. Inutile raccontarsi bugie. Il caffè di McDonald's ci è finito dentro per caso, nella tempesta. Max ha la scheda di Alice sulla scrivania. Aperta. Di lavorare, leggere, esaminare manoscritti non se ne parla. Tutto quello che ha esaminato sono i tratti della penna sul modulo. Sanno di lei. Quei fogli sanno di lei. Il lavoro, ormai, sa di lei. Max segue col dito le tracce della penna. Come se potesse impossessarsi di lei, tatuarsela sui polpastrelli. I numeri del telefonino. E l'occhio che cade al suo cellulare, acceso in modalità silenzioso sulla scrivania. Tanto non chiama nessuno. Mai. E i messaggi li manda solo Vodafone. Con le offerte. Tutto intorno a me...
Max segue col dito lettera per lettera. Arriva all'indirizzo mail. Apre la sua casella di posta. Come un automa, digita l'indirizzo. Il dito esita sul tasto del mouse, quando il computer chiede “inserisci in rubrica?”. Max sceglie “più tardi”. Poi alza gli occhi. Il quadro. Le vecchie scarpe. Vincent Van.
Due vecchie scarpe, che hanno visto il mondo dal basso. Calpestando fango. E merde di cane. Impregnandosi di polvere e di sudore. Inzuppandosi dell'acqua delle pozzanghere quando piove. E indurendosi al sole torrido dell'estate. Hanno le stringhe lacere, e il cuoio sulle punte è graffiato, ogni cicatrice un calcio a un sasso, o un marciapiede infido che fa incespicare. Sono sul pavimento, come abbandonate. Odorano di sporco e usato. Le guardi e vedi fatica, sofferenza. Disperazione di un destino segnato. Segnato come una strada di tornanti e ciottoli appuntiti, che sale in cima a una montagna. E giorno dopo giorno la montagna sembra sempre più alta, e la salita sempre più ripida.
“Ma sono insieme, cazzo. Il destino di quelle scarpe è triste e per nulla desiderabile. Ma il destino ha scelto per loro di stare insieme. E solo insieme hanno un senso. Una scarpa vecchia, sdrucita, sporca e puzzolente da sola non serve a nulla. Insieme all'anima gemella, invece, può servire a un povero disgraziato ad andare in miniera, o a spazzare le strade, o a fare qualunque merdoso lavoro gli sia consentito di fare. Insieme. Così è scritto.
Noi siamo quelle scarpe, Alice. Io e te. Il nostro senso è insieme. E basta.
Ti amo. Ti ho sempre amata.
Max”
Invio. Nemmeno se n'era accorto. E le aveva scritto una mail. Le dita sulla tastiera, veloci. Il tempo che sembrava un lampo. O forse era passato un secolo. Ma la confusione nella sua testa aveva cancellato il concetto di tempo. E quello di spazio. E i ricordi. E la logica successione dei fatti.
Lui era Max. E basta.
E lei era Alice. E basta.
Così, per sempre. Insieme. Come impressi in un quadro.
“Ehi, hai finito quella relazione?” Non ebbe il tempo, Max, di chiedersi se mai lei avrebbe letto quella lettera. O se l'avrebbe cestinata dopo la prima riga. Capendo che non era roba di lavoro quella che c'era scritta sopra.
Alla porta socchiusa, c'era Stefy. Gli occhi azzurri da giovane cerbiatta che aspetta con ansia di scalare la sua prima montagna. “Eri così assorto, che non volevo disturbarti. Ho aspettato che finissi di picchiettare sulla tastiera”.
Max guardò l'orologio. L'una meno cinque. Accennò un sorriso: “Scusa”.
“Dai, però adesso sbrigati. O non troveremo neanche una panchina libera ai giardini...”
nove
Stefy piange. Da sola. Su una panchina dei giardini. Il kebab non finito sparso per terra, a far felici gli stomaci d'amianto dei piccioni. Il trucco che si scioglie come una parola scolpita sulla neve. “Ho scritto t'amo sulla sabbia...”. Stefy pensa a quella vecchia canzone, che sembrava allegra e invece parla di illusioni. Illusa lei, a credere che ce l'avrebbe fatta, che Max avrebbe ricambiato il suo infinito amore. O che almeno se ne sarebbe accorto. Illusa, a sperare di passare un'ora occhi negli occhi, cullati dal tiepido sole di primavera nel silenzio strano del parco annegato nel cemento metropolitano. Illusa, a immaginare la voglia di sfiorarsi, l'attrazione fatale delle labbra con le labbra, il sigillo di un primo bacio, a certificare l'inizio di una storia importante.
Invece Max aveva altro per la testa. E fretta. Aveva l'urgenza di fare qualcosa che la sua testa aveva deciso. E aveva bisogno di sfogare tutto in una volta il suo lungo silenzio, di dire tutte insieme tutte le parole che aveva costretto a stare nel fondo della sua anima, spinte giù come i brutti ricordi in una cassapanca in solaio.
E aveva scelto lei. Lei, che è dolce e disponibile e sa ascoltare. Così le aveva detto. “Di te mi fido, tu mi sai ascoltare”. E fu l'ultimo sorriso di Stefy. Che poi lui aggiunse: “E saprai capirmi, anche se il mondo pensa che io sia un pericolo”. Un pericolo... Stefy si rabbuiò, a sentire quella strana frase. E prima ancora di poter immaginare che cosa mai il dolce e timido Max potesse aver fatto, fu investita da una valanga di parole. Da un racconto così incredibile da sembrare una telenovela americana.
Lui insegnante, sposato, papà, ma anche amante di una studentessa minorenne.
Lui scoperto, processato, condannato, cacciato di casa, depresso, quasi suicida, messo sotto psicofarmaci in un ospedale.
Lui in precario equilibrio sul filo della normalità.
Lui che oggi l'ha rivista. Sì, la ragazza dell'appuntamento. Ma lei non sapeva che c'era lui dietro la scrivania. E lui non sapeva che avrebbe visto lei. L'equilibrio che crolla. Ma la mente che si schiarisce.
Lui aveva senso solo con lei.
“L'ho capito, sai, Stefy? E non ho più voglia di perdere tempo. Avvisa in ufficio che non torno. Né oggi né mai. Vi contatterò per darvi il mio nuovo indirizzo per i documenti. Non so ancora qual è, sai? Salutami Andrea, e basta. Gli altri non importa. E a te grazie. Sapevo che saresti stata una buona ascoltatrice. E che avresti capito”.
Stretta della sua mano sul polso. Sorriso grande. Di uomo che si sente libero. O meglio liberato. E che subito dopo si alza e se ne va, buttando il suo kebab appena sbocconcellato nel primo cestino dei rifiuti lungo il vialetto.
Bang. Nessun'altra parola. Nemmeno il tempo di reagire. Di annuire. Di salutarlo con un abbraccio. Di dirgli “anche io ti amo, e non lo sai”.
“Ti amo e non lo sai, mentre mi avvicino. Ti amo e non lo sai, mentre ti allontani”.
Un'altra vecchia canzone. Colonna sonora delle sue lacrime. Si era innamorata di un uomo timido e triste. Che in realtà era un uomo con un matrimonio buttato alle ortiche per stare con una diciassettenne liceale. Un uomo con precedenti penali e la fama di stupratore. Un uomo che aveva appena superato la dipendenza da psicofarmaci. Scampato pericolo, a vederla così. Ma allora perchè aveva solo voglia di piangere?
I piccioni si affannavano a rubarsi a vicenda brandelli di kebab, ai suoi piedi. Stefy guardò l'orologio, distinguendo a fatica le lancette, con gli occhi annebbiati dalle lacrime. Ora di rientrare. E di portare il messaggio di Max.
Stefy prese il cellulare, d'istinto. “Ciao. Mi sono sentita male a pranzo. Non torno nel pom. Ci vediamo domani, spero”. Invio. Al capo e ad Andrea. Aveva bisogno di un pomeriggio per sé. Abbracciata al cuscino e al pinguino di peluche, nel silenzio della sua stanza. Domani è un altro giorno, si diceva in un vecchio film. Ma oggi è così. Fatto di lacrime.
Invece Max aveva altro per la testa. E fretta. Aveva l'urgenza di fare qualcosa che la sua testa aveva deciso. E aveva bisogno di sfogare tutto in una volta il suo lungo silenzio, di dire tutte insieme tutte le parole che aveva costretto a stare nel fondo della sua anima, spinte giù come i brutti ricordi in una cassapanca in solaio.
E aveva scelto lei. Lei, che è dolce e disponibile e sa ascoltare. Così le aveva detto. “Di te mi fido, tu mi sai ascoltare”. E fu l'ultimo sorriso di Stefy. Che poi lui aggiunse: “E saprai capirmi, anche se il mondo pensa che io sia un pericolo”. Un pericolo... Stefy si rabbuiò, a sentire quella strana frase. E prima ancora di poter immaginare che cosa mai il dolce e timido Max potesse aver fatto, fu investita da una valanga di parole. Da un racconto così incredibile da sembrare una telenovela americana.
Lui insegnante, sposato, papà, ma anche amante di una studentessa minorenne.
Lui scoperto, processato, condannato, cacciato di casa, depresso, quasi suicida, messo sotto psicofarmaci in un ospedale.
Lui in precario equilibrio sul filo della normalità.
Lui che oggi l'ha rivista. Sì, la ragazza dell'appuntamento. Ma lei non sapeva che c'era lui dietro la scrivania. E lui non sapeva che avrebbe visto lei. L'equilibrio che crolla. Ma la mente che si schiarisce.
Lui aveva senso solo con lei.
“L'ho capito, sai, Stefy? E non ho più voglia di perdere tempo. Avvisa in ufficio che non torno. Né oggi né mai. Vi contatterò per darvi il mio nuovo indirizzo per i documenti. Non so ancora qual è, sai? Salutami Andrea, e basta. Gli altri non importa. E a te grazie. Sapevo che saresti stata una buona ascoltatrice. E che avresti capito”.
Stretta della sua mano sul polso. Sorriso grande. Di uomo che si sente libero. O meglio liberato. E che subito dopo si alza e se ne va, buttando il suo kebab appena sbocconcellato nel primo cestino dei rifiuti lungo il vialetto.
Bang. Nessun'altra parola. Nemmeno il tempo di reagire. Di annuire. Di salutarlo con un abbraccio. Di dirgli “anche io ti amo, e non lo sai”.
“Ti amo e non lo sai, mentre mi avvicino. Ti amo e non lo sai, mentre ti allontani”.
Un'altra vecchia canzone. Colonna sonora delle sue lacrime. Si era innamorata di un uomo timido e triste. Che in realtà era un uomo con un matrimonio buttato alle ortiche per stare con una diciassettenne liceale. Un uomo con precedenti penali e la fama di stupratore. Un uomo che aveva appena superato la dipendenza da psicofarmaci. Scampato pericolo, a vederla così. Ma allora perchè aveva solo voglia di piangere?
I piccioni si affannavano a rubarsi a vicenda brandelli di kebab, ai suoi piedi. Stefy guardò l'orologio, distinguendo a fatica le lancette, con gli occhi annebbiati dalle lacrime. Ora di rientrare. E di portare il messaggio di Max.
Stefy prese il cellulare, d'istinto. “Ciao. Mi sono sentita male a pranzo. Non torno nel pom. Ci vediamo domani, spero”. Invio. Al capo e ad Andrea. Aveva bisogno di un pomeriggio per sé. Abbracciata al cuscino e al pinguino di peluche, nel silenzio della sua stanza. Domani è un altro giorno, si diceva in un vecchio film. Ma oggi è così. Fatto di lacrime.
dieci
L’acqua tiepida della doccia le picchiettava energica sulla fronte, pettinandole i capelli all’indietro.
Ad occhi chiusi, cercava di disperdere quella sensazione di buio che aveva avuto poco prima, come se quell’acqua potesse cancellare il ricordo, il pensiero, la ragione.
Ma era tutto inutile.
Lui le si riaffacciava con forza, seppure si costringesse a pensare ad altro.
Maledizione.
Uscì dal box di vetro graffiato e, allungandosi verso la salviettiera per prendere un asciugamano, incontrò la sua faccia allo specchio.
Tracce di trucco sbavavano il volto pallido e trasparente, accentuandole le occhiaie.
Si fissò per un attimo, quasi non si riconoscesse.
“Faccia di merda”
Silenzio.
Occhi negli occhi.
“Hai avuto / il coraggio / di chiamarlo / faccia di merda!”, rise forte con se stessa, buttando la testa indietro e ripensando all’espressione che doveva esserglisi dipinta in faccia a quelle parole dopo che lei, senza nemmeno degnarlo di un ulteriore sguardo, se n’era andata come se nulla fosse.
Rideva, nonostante quel ricordo pungolasse leggero il cuore.
Non avrebbe pensato di trovarselo faccia a faccia, poco dopo, in quell’ufficio.
E di annusare la sua vita, la sua quotidianità, la sua presenza.
Quella reazione l’aveva sconvolta oltre ogni aspettativa.
Quell’uomo non le era affatto uscito dalle vene.
Era bastata una minima traccia di lui, somministrata contro il suo volere, per farle risentire forte quella dipendenza.
Quando si riguardò allo specchio di nuovo, riemersa dai suoi pensieri, il suo volto era di nuovo privo di qualsiasi gioia.
Si sforzò di pensare ad Adele, al destino che la stava portando in salvo.
Strofinò la faccia sulla salvietta bianca dell’Hotel e poi gettò la spugna per terra per tamponare l’acqua schizzata fuori dal piatto doccia.
Si diresse poi verso la camera, fasciata di bianco dal seno alle cosce, e si chinò verso il trolley piluccando i vari abitini colorati.
I riccioli, allungati dall’acqua, ricominciavano ad ingrassare lenti, le sue unghie laccate regalavano ai piedi un aspetto curato ed elegante e le sue gambe bronzee risplendevano lucide sotto al velo di olio Johnson’s che aveva distribuito gentile dopo la doccia.
Dopo una rapida ricerca optò per un look sportivo: jeans sbiaditi, fasciati sui fianchi e a vita bassissima, maglietta in morbido ciniglia color turchese, con un ampio scollo a v che si stringeva laddove gli occhi maschili si sarebbero infilati golosi, scarpette da ginnastica comode.
“Le mie Nike ed io siamo pronte.. Ti aspettiamo!”. Invio.
Sorrise mentre inviava il messaggio ad Adele, pregustandosi la serata a venire.
Poi buttò la testa ai piedi e si fece cullare un po’ dall’aria del phon.
Una rapida passata di detergente al viso, poi uno strato di mascara e uno di terra ad illuminare le guance.
Un ultimo tocco di lucido alle labbra e poi un bacio, schioccato allo specchio a giudicarsi davvero pronta.
Si sedette sul letto.
Adele doveva essere lì a minuti, ma l’attesa, in quel silenzio nemico, pareva intralciarla.
Si alzò di scatto, dopo poco, decisa a scendere nell’atrio, dove avrebbe fumato una sigaretta stemperando la tensione.
Afferrò la borsa e le chiavi della stanza quando un pugno bussò.
Lei proseguì gioiosa e spalancò porta e sorriso insieme.
“Sei bellissima”.
Max se ne stava lì, con quell’aria un po’ trafelata come se avesse corso a lungo per mischiare i pensieri, poi riflettuto all’ombra di un albero per riassestarli, poi corso ancora.
Alice non riuscì a fiatare.
Il sorriso le si cancellò dal volto quasi come se non fosse dovuto tornarci più.
“Non voglio spaventarti, non voglio farti del male, non ho mai voluto fartene...”
Alice continuava a stare immobile, in piedi, con quella borsetta in pugno a mezz’aria.
Max si faceva avanti piano e, senza che Alice opponesse la minima resistenza, entrò nella camera.
“Io ti amo, Alice”
“Ti ho sempre amato e ho tanta paura che ti amerò per sempre”
“Sono stato uno stronzo, lo so, hai tutti i diritti di essere arrabbiata con me”
“Avrei potuto salvarti, i principi azzurri lo fanno, e invece ho permesso che ti trascinassero lontano da me, che ti obbligassero a una vita non tua, che ti umiliassero e che ti depredassero di tutti i tuoi sogni”.
Max pareva un fiume in piena, dopo il crollo di argini erosi da anni di attriti, tra la sua coscienza e la sua debolezza.
Alice al contrario pareva pietrificata.
Non credeva ai suoi occhi, alle sue orecchie, al suo corpo che vibrava incontrollato.
La rabbia si mescolava violenta al desiderio di lui che sentiva montarsi dentro.
Riprese coscienza del suo corpo, quando gli si avventò contro, spingendolo contro la porta e baciandolo con forza.
Alice stringeva il bavero della camicia di Max e sentiva il suo cuore pulsare violento sotto al suo pugno, metre avida infilava la sua lingua nella sua bocca.
Max pareva totalmente disorientato, perso in quella saliva dolce di dentifricio alla menta.
Alice d’un tratto si scostò, con la stessa forza con cui si era dapprima lanciata, e lo guardò fisso negli occhi.
“Spogliati”, disse ferma.
Max la guardò un poco stranito, come se non capisse cosa stesse accadendo.
“Non hai sentito?”, urlò più forte lei, “Spogliati!”.
Gli girò la schiena per un attimo, poi prese a ticchettare sul suo Nokia senza togliergli da dosso gli occhi che, muti, continuavano a incalzarlo.
“Impegno dell’ultimo minuto, dammi un’ora. Ci vediamo alle 20 nella hall del mio albergo. Scusa, a dopo.”
“Mi costringi a passare alle cattive maniere o hai intenzione di ubbidire?” fece lei seria buttando il telefono sopra i vestiti del trolley aperto.
Dopodichè prese spasmodica a sbottonarsi i jeans, sempre fissando i suoi occhi, storditi e appannati come da una droga, violenta e bellissima.
Alice fece scivolare i pantaloni lungo le cosce e sollevò la sua maglietta accarezzandosi la pancia e senza scollarsi di dosso un attimo quel suo sguardo di animale feroce.
“Devo dirglielo in latino che ho voglia di scopare, professore?”, fulminò lei, simulando un tono da scolaretta.
Max continuava a non capire niente e si sentiva sempre più frastornato e confuso.
Le si avvicinò cauto e prese a baciarla con dolcezza sul collo.
Alice gli schiantò una sberla in pieno volto, con una forza e un impeto a lui sconosciuti.
“Ho detto che devi scoparmi. Cos’è? Non capisci l’italiano??”
Max aveva la guancia che pulsava e la bocca aperta, priva di parole.
Anche la patta dei suoi pantaloni pulsava, e allora decise che, se era davvero quello che voleva, l’avrebbe scopata, e basta.
Il suo gioco.
L’avevano fatto poco prima in ufficio, l’avrebbero fatto anche qui, ora.
Slacciò la cintura con i denti stretti, poi le si avventò addosso, bramando la sua carne.
In un attimo le fu dentro.
Prima che se ne potesse accorgere.
Lei l’aveva letteralmente risucchiato.
Max tremò forte per la fitta inaspettata che travolse le sue viscere e strinse forte i glutei spingendosi fino in fondo a quel giaciglio umido e caldo che lo avvolgeva di nuovo in paradiso.
Alice gemeva forte e lo incitava a pacche poderose sulle natiche.
“Scopami, bastardo! Più forte, dai!”
Max si sentiva cavalcare dall’eccitazione e stantuffava come un forsennato, più guidato dai gridi acuti di lei, che dal suo esclusivo piacere.
“Ora basta”, disse lei allontanandolo di botto con un calcio, “voglio venire sulla tua faccia”.
Max sentiva scoppiarsi il cuore sulle tempie, quando scese fra le cosce gocciolanti di lei, tremula e giovane.
“Ti amo”, sussurrò amorevole lui.
“Leccami”, ordinò grave lei.
Lo prese per i capelli sulla nuca e se lo infilò fra le gambe.
Max fu travolto da quell’indimenticato sapore e non riuscì a non immergersene completamente.
Avido di lei, si dissetò completamente dei suoi umori, affondando ingordo le mani nelle sue rotondità posteriori e godendo ai suoi vagiti intensi.
Alice irrigidì lenta i muscoli sotto la sua bocca.
Lui sapeva che quello era l’inequivocabile segno che stava per esplodere in un orgasmo e allora cominciò a dare pennellate più profonde; la sua lingua come strumento di un artista che dipinge la sua tela, con tocchi saggi, misurati, appassionati.
E poi, d’un tratto, il capolavoro.
Lei strinse forte, sempre tenendo in pugno la sua nuca, e gridò forte.
Avviluppò le sue cosce sulla faccia di Max, quasi soffocandolo, quattro, cinque secondi, poi si lasciò andare.
Il respiro era forte e svelto, e i suoi capezzoli erano ancora rigidi, sotto la maglietta stropicciata dall’impeto.
Max si sollevò dal fondo dei piedi del letto, non sapendo bene cosa sarebbe successo.
Lei riaprì gli occhi al soffitto, come per riequilibrare i pensieri e si levò seduta sul letto con gli occhi dritti nei suoi.
Ad occhi chiusi, cercava di disperdere quella sensazione di buio che aveva avuto poco prima, come se quell’acqua potesse cancellare il ricordo, il pensiero, la ragione.
Ma era tutto inutile.
Lui le si riaffacciava con forza, seppure si costringesse a pensare ad altro.
Maledizione.
Uscì dal box di vetro graffiato e, allungandosi verso la salviettiera per prendere un asciugamano, incontrò la sua faccia allo specchio.
Tracce di trucco sbavavano il volto pallido e trasparente, accentuandole le occhiaie.
Si fissò per un attimo, quasi non si riconoscesse.
“Faccia di merda”
Silenzio.
Occhi negli occhi.
“Hai avuto / il coraggio / di chiamarlo / faccia di merda!”, rise forte con se stessa, buttando la testa indietro e ripensando all’espressione che doveva esserglisi dipinta in faccia a quelle parole dopo che lei, senza nemmeno degnarlo di un ulteriore sguardo, se n’era andata come se nulla fosse.
Rideva, nonostante quel ricordo pungolasse leggero il cuore.
Non avrebbe pensato di trovarselo faccia a faccia, poco dopo, in quell’ufficio.
E di annusare la sua vita, la sua quotidianità, la sua presenza.
Quella reazione l’aveva sconvolta oltre ogni aspettativa.
Quell’uomo non le era affatto uscito dalle vene.
Era bastata una minima traccia di lui, somministrata contro il suo volere, per farle risentire forte quella dipendenza.
Quando si riguardò allo specchio di nuovo, riemersa dai suoi pensieri, il suo volto era di nuovo privo di qualsiasi gioia.
Si sforzò di pensare ad Adele, al destino che la stava portando in salvo.
Strofinò la faccia sulla salvietta bianca dell’Hotel e poi gettò la spugna per terra per tamponare l’acqua schizzata fuori dal piatto doccia.
Si diresse poi verso la camera, fasciata di bianco dal seno alle cosce, e si chinò verso il trolley piluccando i vari abitini colorati.
I riccioli, allungati dall’acqua, ricominciavano ad ingrassare lenti, le sue unghie laccate regalavano ai piedi un aspetto curato ed elegante e le sue gambe bronzee risplendevano lucide sotto al velo di olio Johnson’s che aveva distribuito gentile dopo la doccia.
Dopo una rapida ricerca optò per un look sportivo: jeans sbiaditi, fasciati sui fianchi e a vita bassissima, maglietta in morbido ciniglia color turchese, con un ampio scollo a v che si stringeva laddove gli occhi maschili si sarebbero infilati golosi, scarpette da ginnastica comode.
“Le mie Nike ed io siamo pronte.. Ti aspettiamo!”. Invio.
Sorrise mentre inviava il messaggio ad Adele, pregustandosi la serata a venire.
Poi buttò la testa ai piedi e si fece cullare un po’ dall’aria del phon.
Una rapida passata di detergente al viso, poi uno strato di mascara e uno di terra ad illuminare le guance.
Un ultimo tocco di lucido alle labbra e poi un bacio, schioccato allo specchio a giudicarsi davvero pronta.
Si sedette sul letto.
Adele doveva essere lì a minuti, ma l’attesa, in quel silenzio nemico, pareva intralciarla.
Si alzò di scatto, dopo poco, decisa a scendere nell’atrio, dove avrebbe fumato una sigaretta stemperando la tensione.
Afferrò la borsa e le chiavi della stanza quando un pugno bussò.
Lei proseguì gioiosa e spalancò porta e sorriso insieme.
“Sei bellissima”.
Max se ne stava lì, con quell’aria un po’ trafelata come se avesse corso a lungo per mischiare i pensieri, poi riflettuto all’ombra di un albero per riassestarli, poi corso ancora.
Alice non riuscì a fiatare.
Il sorriso le si cancellò dal volto quasi come se non fosse dovuto tornarci più.
“Non voglio spaventarti, non voglio farti del male, non ho mai voluto fartene...”
Alice continuava a stare immobile, in piedi, con quella borsetta in pugno a mezz’aria.
Max si faceva avanti piano e, senza che Alice opponesse la minima resistenza, entrò nella camera.
“Io ti amo, Alice”
“Ti ho sempre amato e ho tanta paura che ti amerò per sempre”
“Sono stato uno stronzo, lo so, hai tutti i diritti di essere arrabbiata con me”
“Avrei potuto salvarti, i principi azzurri lo fanno, e invece ho permesso che ti trascinassero lontano da me, che ti obbligassero a una vita non tua, che ti umiliassero e che ti depredassero di tutti i tuoi sogni”.
Max pareva un fiume in piena, dopo il crollo di argini erosi da anni di attriti, tra la sua coscienza e la sua debolezza.
Alice al contrario pareva pietrificata.
Non credeva ai suoi occhi, alle sue orecchie, al suo corpo che vibrava incontrollato.
La rabbia si mescolava violenta al desiderio di lui che sentiva montarsi dentro.
Riprese coscienza del suo corpo, quando gli si avventò contro, spingendolo contro la porta e baciandolo con forza.
Alice stringeva il bavero della camicia di Max e sentiva il suo cuore pulsare violento sotto al suo pugno, metre avida infilava la sua lingua nella sua bocca.
Max pareva totalmente disorientato, perso in quella saliva dolce di dentifricio alla menta.
Alice d’un tratto si scostò, con la stessa forza con cui si era dapprima lanciata, e lo guardò fisso negli occhi.
“Spogliati”, disse ferma.
Max la guardò un poco stranito, come se non capisse cosa stesse accadendo.
“Non hai sentito?”, urlò più forte lei, “Spogliati!”.
Gli girò la schiena per un attimo, poi prese a ticchettare sul suo Nokia senza togliergli da dosso gli occhi che, muti, continuavano a incalzarlo.
“Impegno dell’ultimo minuto, dammi un’ora. Ci vediamo alle 20 nella hall del mio albergo. Scusa, a dopo.”
“Mi costringi a passare alle cattive maniere o hai intenzione di ubbidire?” fece lei seria buttando il telefono sopra i vestiti del trolley aperto.
Dopodichè prese spasmodica a sbottonarsi i jeans, sempre fissando i suoi occhi, storditi e appannati come da una droga, violenta e bellissima.
Alice fece scivolare i pantaloni lungo le cosce e sollevò la sua maglietta accarezzandosi la pancia e senza scollarsi di dosso un attimo quel suo sguardo di animale feroce.
“Devo dirglielo in latino che ho voglia di scopare, professore?”, fulminò lei, simulando un tono da scolaretta.
Max continuava a non capire niente e si sentiva sempre più frastornato e confuso.
Le si avvicinò cauto e prese a baciarla con dolcezza sul collo.
Alice gli schiantò una sberla in pieno volto, con una forza e un impeto a lui sconosciuti.
“Ho detto che devi scoparmi. Cos’è? Non capisci l’italiano??”
Max aveva la guancia che pulsava e la bocca aperta, priva di parole.
Anche la patta dei suoi pantaloni pulsava, e allora decise che, se era davvero quello che voleva, l’avrebbe scopata, e basta.
Il suo gioco.
L’avevano fatto poco prima in ufficio, l’avrebbero fatto anche qui, ora.
Slacciò la cintura con i denti stretti, poi le si avventò addosso, bramando la sua carne.
In un attimo le fu dentro.
Prima che se ne potesse accorgere.
Lei l’aveva letteralmente risucchiato.
Max tremò forte per la fitta inaspettata che travolse le sue viscere e strinse forte i glutei spingendosi fino in fondo a quel giaciglio umido e caldo che lo avvolgeva di nuovo in paradiso.
Alice gemeva forte e lo incitava a pacche poderose sulle natiche.
“Scopami, bastardo! Più forte, dai!”
Max si sentiva cavalcare dall’eccitazione e stantuffava come un forsennato, più guidato dai gridi acuti di lei, che dal suo esclusivo piacere.
“Ora basta”, disse lei allontanandolo di botto con un calcio, “voglio venire sulla tua faccia”.
Max sentiva scoppiarsi il cuore sulle tempie, quando scese fra le cosce gocciolanti di lei, tremula e giovane.
“Ti amo”, sussurrò amorevole lui.
“Leccami”, ordinò grave lei.
Lo prese per i capelli sulla nuca e se lo infilò fra le gambe.
Max fu travolto da quell’indimenticato sapore e non riuscì a non immergersene completamente.
Avido di lei, si dissetò completamente dei suoi umori, affondando ingordo le mani nelle sue rotondità posteriori e godendo ai suoi vagiti intensi.
Alice irrigidì lenta i muscoli sotto la sua bocca.
Lui sapeva che quello era l’inequivocabile segno che stava per esplodere in un orgasmo e allora cominciò a dare pennellate più profonde; la sua lingua come strumento di un artista che dipinge la sua tela, con tocchi saggi, misurati, appassionati.
E poi, d’un tratto, il capolavoro.
Lei strinse forte, sempre tenendo in pugno la sua nuca, e gridò forte.
Avviluppò le sue cosce sulla faccia di Max, quasi soffocandolo, quattro, cinque secondi, poi si lasciò andare.
Il respiro era forte e svelto, e i suoi capezzoli erano ancora rigidi, sotto la maglietta stropicciata dall’impeto.
Max si sollevò dal fondo dei piedi del letto, non sapendo bene cosa sarebbe successo.
Lei riaprì gli occhi al soffitto, come per riequilibrare i pensieri e si levò seduta sul letto con gli occhi dritti nei suoi.
undici
«Sei bellissima».
Finalmente. Guardarla e sentirsi se stesso. Sentire il cuore che batte forte. E la testa sgombra di pensieri. Lasciare che ragioni l'istinto, mandare avanti lui, perché lui sa bene che cosa fare. Non è forse così il paradiso?
«Non voglio spaventarti, non voglio farti del male, non ho mai voluto fartene...»
Guardarla negli occhi e leggere lo smarrimento. Il tempo che ritorna indietro. L'impressione di rivivere sensazioni dimenticate. Ma certe cose non si dimenticano. Si possono seppellire, forse. Ma poi germogliano, e sbucano dal terreno, come un albero di mele.
Un passo, poi un altro. Dentro la stanza d'albergo. Dentro la vita di lei, di nuovo. Certo che l'ha trovata, Max. Era destino. E lui ha sempre avuto il fiuto dell'investigatore. Era arrivata a piedi, al colloquio. Non poteva essere lontano, il suo albergo. Ripercorse con la mente il tragitto del viale. E si ricordò dell'Ariston, il solo palazzo nuovo tra quelli vecchi sopravvissuti alle bombe alleate della guerra. Quello con l'insegna blu, di traverso sul muro, che di notte faceva Las Vegas dei poveri. Un trucchetto con quello della reception, accompagnato da una banconota da dieci, e si fece dire il numero della camera. Le scale di corsa, fino al terzo piano. Il corridoio a passi rapidi, attutiti dal tappeto rosso un po' consumato. La porta. Una sottile barriera di legno compensato tra la sua vita finta e la sua vita vera, quella con lei.
«Io ti amo, Alice».
Ecco quello che avrebbe dovuto dirle. Da subito. Invece che lasciarla fuggire. Invece che lasciarsi processare, lapidare, mettere alla gogna. E lasciar trattare lei come una puttanella troppo giovane per decidere da sola.
«Ti ho sempre amato e ho tanta paura che ti amerò per sempre».
Ecco il succo delle sue notti insonni. Ecco la ragione per mandare a pezzi la sua vita di prima. Ecco il senso di lasciarsi cancellare ogni cosa intorno, perfino la sua figlia appena nata. Pensare a morire, a cercare negli psicofarmaci una scorciatoia, ricostruirsi per finta provando a dimenticare: tutto questo era il mezzo. Lei, solo lei, è il fine.
«Sono stato uno stronzo, lo so, hai tutti i diritti di essere arrabbiata con me».
Chissà che cosa le è successo davvero. Mentre lui tormentava la sua mente e la sua anima negli ospedali psichiatrici. Chissà se anche lei...
«Avrei potuto salvarti, i principi azzurri lo fanno, e invece ho permesso che ti trascinassero lontano da me, che ti obbligassero a una vita non tua, che ti umiliassero e che ti depredassero di tutti i tuoi sogni».
Chissà se ha conosciuto la depressione anche lei. Chissà se invece la sua anima giovane e forte si è lasciata alle spalle tutto. E quel dolore è diventato la base per costruire una vita felice. Ma basta domande: in realtà lui sapeva tutto. Bastava guardarla negli occhi, adesso. E capire che la loro felicità era insieme.
Quegli occhi. Le calamite di smeraldo che sapevano trasmettergli l'energia vitale del suo corpo, prima ancora che la pelle stabilisse un contatto con la pelle. I suoi capelli, riccioli serpenti della tentazione. Le sue labbra, morbida anticamera di un caldo paradiso tropicale. Le sue curve che sembravano più sexy e mature di come se le ricordava, ma ancora ferme e forti come la carne giovane. Vicina. Ancora più vicina.
Con uno slancio, Max portò quelle curve addosso a lui. Di nuovo. Il profumo di shampoo e di doccia nelle narici, i seni sodi contro il suo torace che lo costringevano in una dolce morsa ad appoggiarsi alla porta chiusa della stanza, le mani sul suo petto, a stringere la camicia come un trofeo. E il calore. L'umido, torrido calore delle sue labbra e della sua lingua. Tutto aveva un senso. Tutto.
Poi il bacio finì. Max riaprì gli occhi. E incontrò quelli di lei. Gli sembrò di vedere una luce nuova. Diabolica.
«Spogliati». La sua voce era ferma.
Max sentì la sua bocca spalancarsi, tra la sorpresa e la voglia. Tra la gioia di sapere che sì, era davvero come allora, e la stranezza di vederla cresciuta, intraprendente, appassionata. Lo era già un tempo, piena di desiderio di lasciar fare ai sensi. Ma era sempre stato lui a guidare, a usare la dolcezza per abbattere una ad una le sue flebili difese.
«Non hai sentito? Spogliati!».
Un urlo. Un ordine. Un imperativo categorico.
Max aprì le mani a stella sul suo petto, cercando a tentoni i bottoni della camicia, come se cercasse la maniglia della porta del bagno, al buio. Lei si voltò per un secondo solo. Il tempo per vedere la sua maglietta sollevarsi e scoprire la pelle della schiena a nord dei pantaloni a vita bassa. Molto bassa. Eccoli. Li ricordava bene i piccoli buchi sopra i lombi, dove lui infilava i pollici come in un'impugnatura disegnata apposta, quando la penetrava da dietro.
Fu un attimo solo. Poi lei gettò il cellulare e lo trapassò da parte a parte con lo sguardo di vulcano, mentre Max si sentiva ancora paralizzato, le mani aperte sul petto dove prima c'erano le mani di lei.
«Mi costringi a passare alle cattive maniere o hai intenzione di ubbidire?».
E, come se l'ordine fosse a se stessa e non a lui, la vide sbottonarsi i jeans con foga, un bottone dopo l'altro. Max tuffò i suoi occhi laggiù. Rosa la carne. Rosa la stoffa delle mutandine, che affioravano dal nascondiglio. Rosa più scura la pelle delle cosce, splendide e agili e forti, mentre i jeans scendevano inesorabilmente verso l'oblio del pavimento.
Max era ancora paralizzato. Il suo sguardo si nutriva del desiderio sopito da tanto, troppo tempo. E il nutrimento stava rinvigorendo la sua erezione, ormai dolorosa dentro i pantaloni improvvisamente stretti e ingombranti.
«Devo dirglielo in latino che ho voglia di scopare, professore?».
Scopare. Una parola strana, nella bocca di lei. La usava con le amiche, forse, nelle confidenze proibite figlie delle fantasie. Ma mai con lui. Timida e riservata come una diciassettenne, aveva i gesti e le azioni per mostrarsi sfacciata. Ma era tanto tempo fa. Era sempre Alice, il suo amore, ma era cresciuta. Audace. Provocante. E fiera di esserlo, mentre con le mani carezzava con paziente voluttà la pelle della sua pancia, dopo aver sollevato la maglietta un po' più su.
Scopare.
Come se fosse la parola-chiave di un gioco di ruolo, il suo suono destò Max dalla paralisi. Si avvicinò verso quello splendore di giovane donna, e le cinse la vita, sentendo sotto i polpastrelli il calore liscio della sua pelle fresca di crema di bellezza. Tuffò il suo viso nell'incavo tra la spalla e il collo, e cominciò a baciarla delicatamente, annusando a piene narici il suo profumo. Che non aveva mai dimenticato.
Poi lo schiaffo.
Lei si era ritratta, di botto. E l'aveva colpito sulla guancia. Con forza. La forza della passione. La fretta del desiderio.
«Ho detto che devi scoparmi. Cos’è? Non capisci l’italiano?»
Scoparla.
La parola chiave lo ridestò ancora dall'incantesimo. Si levò la camicia con foga, quasi strappando i bottoni. Calciò via le scarpe. Fece crollare i pantaloni alle caviglie. Lei fece lo stesso, sdraiandosi sul letto. Portò le ginocchia al petto e sfilò con un gesto agile e rapido le mutandine. Poi spalancò le cosce. Aspettandolo. I peli pubici, morbidi riccioli acconciati da mani sapienti, disegnavano un triangolo sottile, che sembrava una freccia. Qui, proprio qui, sì, conosci la strada...
Lui, finalmente nudo, si tuffò. La pelle, tutta la pelle, sulla pelle di lei, tutta la pelle di lei. Duro, eretto, pronto. Come se il suo desiderio non aspettasse altro che di essere liberato dalla trappola, simile a un terribile drago dei miti medievali, tenuto a digiuno per troppo tempo.
Tuffò i suoi occhi nei suoi, ancora infuocati. E il suo cazzo dentro di lei. Bagnata. Calda. Pronta. Come se anche lei avesse un drago dentro. E fosse stato appena liberato dall'incantesimo.
Si tuffò nel fuoco dei suoi occhi e delle sue viscere. Ed entrò in comunione con la sua anima diabolica. Scopare, diceva? E fu una scopata. Rude, violenta. Fatta di colpi secchi e profondi. Quelli che alla fine fanno sentire lo schiocco delle cosce sulle natiche. Quelli che fanno sballottare su e giù le palle, in balia del vento e delle onde, come bandiere su una spiaggia in autunno.
Max chiudeva gli occhi e li riapriva. Contraeva i muscoli e li rilassava. Lei guidava, schiaffeggiandogli le natiche, come una cowgirl con il suo destriero. E lui ascoltava i suoi gemiti, acuti come l'estasi quando si spingeva più a fondo, soffocati come il sollievo, quando si allontanava dalla morsa rovente delle sue viscere.
Finchè un calcio alle reni non gli mozzò il fiato. «Ora basta, voglio venire sulla tua faccia».
Max non si disperò, anzi. Alla sua collezione di ricordi da disseppellire mancava proprio il sapore di Alice. No, non quello della pelle. Quello del suo cantuccio di paradiso. I suoi umori salati come l'acqua di mare, che poi pizzicavano la lingua, quando il piacere si avvicinava. Il profumo e il gusto di carne giovane e generosa che gli riempivano le narici e la lingua. Max chiuse gli occhi e annusò. L'aroma del bagnoschiuma e della crema di bellezza misto all'odore di lei e della sua voglia. Inebriato, guardò in su, come un cucciolo pieno d'amore e di gratitudine per chi gli ha appena portato da mangiare.
«Ti amo», sussurrò amorevole lui.
«Leccami», ordinò grave lei.
Eseguì, senza fiatare. Come un nuotatore che vuole immergersi nel mare, e ammirare i coralli da vicino, trattenne il fiato e si tuffò in lei. La lingua percorse la strada liscia delle sue piccole labbra, spalancandole con dolcezza. Le prime gocce del suo nettare si posarono sulle sue papille gustative, solleticandogli i ricordi sopiti, come la prima albicocca dell'estate dopo tanti mesi di freddo e di attesa.
Infilò le mani tra le cosce, e usò le dita per aprirsi un varco migliore, più in profondità. Sentì una mano di lei sulla nuca, afferrargli i capelli come se fossero la criniera di un cavallo selvaggio. Voleva guidarlo. Ma lui conosceva la strada. Intrufolò la lingua più dentro di lei, alla ricerca delle sorgenti di quel nettare. Se ne nutrì e nutrì la sua voglia. I gemiti di Alice facevano il resto. La lingua risalì lungo il sentiero a lei familiare, fino a ingaggiare un corpo a corpo con quella piccola, sensibile escrescenza. Un gemito più forte disse a Max che era la strada giusta.
Fu un gioco vivace e paziente. Come i cuccioli di tigrotto che imparano a cacciare, le labbra e la lingua si alternavano sulla piccola preda, stuzzicandola, spostandola, risucchiandola e lasciandola andare, ma solo per finta, per poi inseguirla e tormentarla ancora. I gemiti crescevano, suoni di nuovo familiari. E i muscoli si contraevano. Lui li accompagnò unendo le sue dita alla grande caccia. Un pollice che cercava la strada dentro di lei. Un indice che trovava la pelle morbida e liscia vicino a un altro ingresso, il più inconfessabile varco per il paradiso. E la lingua che, senza più sosta, disegnava traiettorie rettilinee e circolari, intorno al cuore del suo piacere.
Poi la stretta delle sue cosce divenne forte, quasi soffocante. E il gemito divenne un urlo, quasi di dolore liberato da una gabbia.
Max gustò il nettare che pizzicava, ascoltando sulla sua lingua il ritmo forsennato del cuore di Alice, che pulsava, pulsava fin laggiù, al ritmo dei fiotti di sangue che le facevano contrarre senza volerlo certi muscoli nascosti.
E poi si scostò.
Una volta sarebbe stato il suo momento. Ma, ora che era Alice a guidare il gioco? La guardò, nuda dall'ombelico in giù, la maglietta stropicciata a coprirle il busto e i seni, con i capezzoli eretti che perforavano due strati di stoffa. La vide volgere gli occhi al soffitto, come a cercare l'imbeccata di un copione che non ricordava più. E aspettò, con il cazzo che vibrava strano e goffo tra le sue gambe, in attesa di chissà che cosa.
E adesso, Alice?
Finalmente. Guardarla e sentirsi se stesso. Sentire il cuore che batte forte. E la testa sgombra di pensieri. Lasciare che ragioni l'istinto, mandare avanti lui, perché lui sa bene che cosa fare. Non è forse così il paradiso?
«Non voglio spaventarti, non voglio farti del male, non ho mai voluto fartene...»
Guardarla negli occhi e leggere lo smarrimento. Il tempo che ritorna indietro. L'impressione di rivivere sensazioni dimenticate. Ma certe cose non si dimenticano. Si possono seppellire, forse. Ma poi germogliano, e sbucano dal terreno, come un albero di mele.
Un passo, poi un altro. Dentro la stanza d'albergo. Dentro la vita di lei, di nuovo. Certo che l'ha trovata, Max. Era destino. E lui ha sempre avuto il fiuto dell'investigatore. Era arrivata a piedi, al colloquio. Non poteva essere lontano, il suo albergo. Ripercorse con la mente il tragitto del viale. E si ricordò dell'Ariston, il solo palazzo nuovo tra quelli vecchi sopravvissuti alle bombe alleate della guerra. Quello con l'insegna blu, di traverso sul muro, che di notte faceva Las Vegas dei poveri. Un trucchetto con quello della reception, accompagnato da una banconota da dieci, e si fece dire il numero della camera. Le scale di corsa, fino al terzo piano. Il corridoio a passi rapidi, attutiti dal tappeto rosso un po' consumato. La porta. Una sottile barriera di legno compensato tra la sua vita finta e la sua vita vera, quella con lei.
«Io ti amo, Alice».
Ecco quello che avrebbe dovuto dirle. Da subito. Invece che lasciarla fuggire. Invece che lasciarsi processare, lapidare, mettere alla gogna. E lasciar trattare lei come una puttanella troppo giovane per decidere da sola.
«Ti ho sempre amato e ho tanta paura che ti amerò per sempre».
Ecco il succo delle sue notti insonni. Ecco la ragione per mandare a pezzi la sua vita di prima. Ecco il senso di lasciarsi cancellare ogni cosa intorno, perfino la sua figlia appena nata. Pensare a morire, a cercare negli psicofarmaci una scorciatoia, ricostruirsi per finta provando a dimenticare: tutto questo era il mezzo. Lei, solo lei, è il fine.
«Sono stato uno stronzo, lo so, hai tutti i diritti di essere arrabbiata con me».
Chissà che cosa le è successo davvero. Mentre lui tormentava la sua mente e la sua anima negli ospedali psichiatrici. Chissà se anche lei...
«Avrei potuto salvarti, i principi azzurri lo fanno, e invece ho permesso che ti trascinassero lontano da me, che ti obbligassero a una vita non tua, che ti umiliassero e che ti depredassero di tutti i tuoi sogni».
Chissà se ha conosciuto la depressione anche lei. Chissà se invece la sua anima giovane e forte si è lasciata alle spalle tutto. E quel dolore è diventato la base per costruire una vita felice. Ma basta domande: in realtà lui sapeva tutto. Bastava guardarla negli occhi, adesso. E capire che la loro felicità era insieme.
Quegli occhi. Le calamite di smeraldo che sapevano trasmettergli l'energia vitale del suo corpo, prima ancora che la pelle stabilisse un contatto con la pelle. I suoi capelli, riccioli serpenti della tentazione. Le sue labbra, morbida anticamera di un caldo paradiso tropicale. Le sue curve che sembravano più sexy e mature di come se le ricordava, ma ancora ferme e forti come la carne giovane. Vicina. Ancora più vicina.
Con uno slancio, Max portò quelle curve addosso a lui. Di nuovo. Il profumo di shampoo e di doccia nelle narici, i seni sodi contro il suo torace che lo costringevano in una dolce morsa ad appoggiarsi alla porta chiusa della stanza, le mani sul suo petto, a stringere la camicia come un trofeo. E il calore. L'umido, torrido calore delle sue labbra e della sua lingua. Tutto aveva un senso. Tutto.
Poi il bacio finì. Max riaprì gli occhi. E incontrò quelli di lei. Gli sembrò di vedere una luce nuova. Diabolica.
«Spogliati». La sua voce era ferma.
Max sentì la sua bocca spalancarsi, tra la sorpresa e la voglia. Tra la gioia di sapere che sì, era davvero come allora, e la stranezza di vederla cresciuta, intraprendente, appassionata. Lo era già un tempo, piena di desiderio di lasciar fare ai sensi. Ma era sempre stato lui a guidare, a usare la dolcezza per abbattere una ad una le sue flebili difese.
«Non hai sentito? Spogliati!».
Un urlo. Un ordine. Un imperativo categorico.
Max aprì le mani a stella sul suo petto, cercando a tentoni i bottoni della camicia, come se cercasse la maniglia della porta del bagno, al buio. Lei si voltò per un secondo solo. Il tempo per vedere la sua maglietta sollevarsi e scoprire la pelle della schiena a nord dei pantaloni a vita bassa. Molto bassa. Eccoli. Li ricordava bene i piccoli buchi sopra i lombi, dove lui infilava i pollici come in un'impugnatura disegnata apposta, quando la penetrava da dietro.
Fu un attimo solo. Poi lei gettò il cellulare e lo trapassò da parte a parte con lo sguardo di vulcano, mentre Max si sentiva ancora paralizzato, le mani aperte sul petto dove prima c'erano le mani di lei.
«Mi costringi a passare alle cattive maniere o hai intenzione di ubbidire?».
E, come se l'ordine fosse a se stessa e non a lui, la vide sbottonarsi i jeans con foga, un bottone dopo l'altro. Max tuffò i suoi occhi laggiù. Rosa la carne. Rosa la stoffa delle mutandine, che affioravano dal nascondiglio. Rosa più scura la pelle delle cosce, splendide e agili e forti, mentre i jeans scendevano inesorabilmente verso l'oblio del pavimento.
Max era ancora paralizzato. Il suo sguardo si nutriva del desiderio sopito da tanto, troppo tempo. E il nutrimento stava rinvigorendo la sua erezione, ormai dolorosa dentro i pantaloni improvvisamente stretti e ingombranti.
«Devo dirglielo in latino che ho voglia di scopare, professore?».
Scopare. Una parola strana, nella bocca di lei. La usava con le amiche, forse, nelle confidenze proibite figlie delle fantasie. Ma mai con lui. Timida e riservata come una diciassettenne, aveva i gesti e le azioni per mostrarsi sfacciata. Ma era tanto tempo fa. Era sempre Alice, il suo amore, ma era cresciuta. Audace. Provocante. E fiera di esserlo, mentre con le mani carezzava con paziente voluttà la pelle della sua pancia, dopo aver sollevato la maglietta un po' più su.
Scopare.
Come se fosse la parola-chiave di un gioco di ruolo, il suo suono destò Max dalla paralisi. Si avvicinò verso quello splendore di giovane donna, e le cinse la vita, sentendo sotto i polpastrelli il calore liscio della sua pelle fresca di crema di bellezza. Tuffò il suo viso nell'incavo tra la spalla e il collo, e cominciò a baciarla delicatamente, annusando a piene narici il suo profumo. Che non aveva mai dimenticato.
Poi lo schiaffo.
Lei si era ritratta, di botto. E l'aveva colpito sulla guancia. Con forza. La forza della passione. La fretta del desiderio.
«Ho detto che devi scoparmi. Cos’è? Non capisci l’italiano?»
Scoparla.
La parola chiave lo ridestò ancora dall'incantesimo. Si levò la camicia con foga, quasi strappando i bottoni. Calciò via le scarpe. Fece crollare i pantaloni alle caviglie. Lei fece lo stesso, sdraiandosi sul letto. Portò le ginocchia al petto e sfilò con un gesto agile e rapido le mutandine. Poi spalancò le cosce. Aspettandolo. I peli pubici, morbidi riccioli acconciati da mani sapienti, disegnavano un triangolo sottile, che sembrava una freccia. Qui, proprio qui, sì, conosci la strada...
Lui, finalmente nudo, si tuffò. La pelle, tutta la pelle, sulla pelle di lei, tutta la pelle di lei. Duro, eretto, pronto. Come se il suo desiderio non aspettasse altro che di essere liberato dalla trappola, simile a un terribile drago dei miti medievali, tenuto a digiuno per troppo tempo.
Tuffò i suoi occhi nei suoi, ancora infuocati. E il suo cazzo dentro di lei. Bagnata. Calda. Pronta. Come se anche lei avesse un drago dentro. E fosse stato appena liberato dall'incantesimo.
Si tuffò nel fuoco dei suoi occhi e delle sue viscere. Ed entrò in comunione con la sua anima diabolica. Scopare, diceva? E fu una scopata. Rude, violenta. Fatta di colpi secchi e profondi. Quelli che alla fine fanno sentire lo schiocco delle cosce sulle natiche. Quelli che fanno sballottare su e giù le palle, in balia del vento e delle onde, come bandiere su una spiaggia in autunno.
Max chiudeva gli occhi e li riapriva. Contraeva i muscoli e li rilassava. Lei guidava, schiaffeggiandogli le natiche, come una cowgirl con il suo destriero. E lui ascoltava i suoi gemiti, acuti come l'estasi quando si spingeva più a fondo, soffocati come il sollievo, quando si allontanava dalla morsa rovente delle sue viscere.
Finchè un calcio alle reni non gli mozzò il fiato. «Ora basta, voglio venire sulla tua faccia».
Max non si disperò, anzi. Alla sua collezione di ricordi da disseppellire mancava proprio il sapore di Alice. No, non quello della pelle. Quello del suo cantuccio di paradiso. I suoi umori salati come l'acqua di mare, che poi pizzicavano la lingua, quando il piacere si avvicinava. Il profumo e il gusto di carne giovane e generosa che gli riempivano le narici e la lingua. Max chiuse gli occhi e annusò. L'aroma del bagnoschiuma e della crema di bellezza misto all'odore di lei e della sua voglia. Inebriato, guardò in su, come un cucciolo pieno d'amore e di gratitudine per chi gli ha appena portato da mangiare.
«Ti amo», sussurrò amorevole lui.
«Leccami», ordinò grave lei.
Eseguì, senza fiatare. Come un nuotatore che vuole immergersi nel mare, e ammirare i coralli da vicino, trattenne il fiato e si tuffò in lei. La lingua percorse la strada liscia delle sue piccole labbra, spalancandole con dolcezza. Le prime gocce del suo nettare si posarono sulle sue papille gustative, solleticandogli i ricordi sopiti, come la prima albicocca dell'estate dopo tanti mesi di freddo e di attesa.
Infilò le mani tra le cosce, e usò le dita per aprirsi un varco migliore, più in profondità. Sentì una mano di lei sulla nuca, afferrargli i capelli come se fossero la criniera di un cavallo selvaggio. Voleva guidarlo. Ma lui conosceva la strada. Intrufolò la lingua più dentro di lei, alla ricerca delle sorgenti di quel nettare. Se ne nutrì e nutrì la sua voglia. I gemiti di Alice facevano il resto. La lingua risalì lungo il sentiero a lei familiare, fino a ingaggiare un corpo a corpo con quella piccola, sensibile escrescenza. Un gemito più forte disse a Max che era la strada giusta.
Fu un gioco vivace e paziente. Come i cuccioli di tigrotto che imparano a cacciare, le labbra e la lingua si alternavano sulla piccola preda, stuzzicandola, spostandola, risucchiandola e lasciandola andare, ma solo per finta, per poi inseguirla e tormentarla ancora. I gemiti crescevano, suoni di nuovo familiari. E i muscoli si contraevano. Lui li accompagnò unendo le sue dita alla grande caccia. Un pollice che cercava la strada dentro di lei. Un indice che trovava la pelle morbida e liscia vicino a un altro ingresso, il più inconfessabile varco per il paradiso. E la lingua che, senza più sosta, disegnava traiettorie rettilinee e circolari, intorno al cuore del suo piacere.
Poi la stretta delle sue cosce divenne forte, quasi soffocante. E il gemito divenne un urlo, quasi di dolore liberato da una gabbia.
Max gustò il nettare che pizzicava, ascoltando sulla sua lingua il ritmo forsennato del cuore di Alice, che pulsava, pulsava fin laggiù, al ritmo dei fiotti di sangue che le facevano contrarre senza volerlo certi muscoli nascosti.
E poi si scostò.
Una volta sarebbe stato il suo momento. Ma, ora che era Alice a guidare il gioco? La guardò, nuda dall'ombelico in giù, la maglietta stropicciata a coprirle il busto e i seni, con i capezzoli eretti che perforavano due strati di stoffa. La vide volgere gli occhi al soffitto, come a cercare l'imbeccata di un copione che non ricordava più. E aspettò, con il cazzo che vibrava strano e goffo tra le sue gambe, in attesa di chissà che cosa.
E adesso, Alice?
dodici
Quello sguardo durò tre, forse quattro secondi.
Ma sembrarono durare una vita intera.
Alice leggeva negli occhi di Max tutt’altre emozioni, rispetto a quelle che si muovevano dentro lei.
Come se fosse stata una cosa buona, quel che era avvenuto fra di loro.
Vestiti a metà, sul quel lenzuolo scomposto dalla frettolosità di un gesto che nemmeno le bestie selvatiche.
Era convinta, da quel che intravedeva dentro a quel suo sguardo, che lui l’avesse vissuta in maniera quasi positiva e quasi si dispiaceva di doverlo svegliare da quel mondo fittizio.
Non era nessun inizio, nessun niente.
Era stato un evento, unico, che non si sarebbe ripetuto più.
Un istinto animale che lei aveva voluto soddisfare, e ora che ne era sazia lei, bastava così.
Un gesto come a voler chiudere definitivamente quella parentesi mai chiusa davvero.
La dimostrazione che i suoi sogni gonfiavano il ricordo di quello che era il suo amore di diciassettenne stupida e inesperta.
Max non era poi così “uomo” come se lo ricordava.
Lo aveva vissuto goffo e impacciato, ora.
Assolutamente non all’altezza di gestire la situazione.
Ma di chi si era andata a innamorare!
Poteva avere migliaia di uomini migliori.
Certo, le era piaciuto, ma era servito giusto il tempo per riacquistare il ritmo regolare del respiro, per dimenticarsi dei brividi e pensare che erano quasi le 20, e che doveva incontrare l’amica.
L’aveva rimosso dal suo cervello, ce l’aveva fatta, questa freddezza ne era la prova tangibile.
Sorrideva per questo, Alice.
Lui, ignaro, decifrava tutt’altre emozioni, e nel suo corpo palpitante, e nello stesso sorriso di lei.
Fiducioso, sorrideva per questo, Max.
“Credo che tu te ne possa andare, ora”, spezzò il silenzio lei, con voce salda.
Max sembrò non cogliere la gravità di quel suo dire e prese a balbettare come stordito da quell’atteggiamento crudo.
“D’accordo... ti chiamo domani, magari ci facciamo un caffè.. magari parliamo un po’...”
Alice esplose in una risata prepotente. “Ma dimmi, tesoro, cosa credi che sia significata questa... ‘cosa’?”
Disse quel ‘cosa’ con tono sprezzante e disgustato, come non sapesse definirla altrimenti, che non aveva né ordine né nome, in una scala così bassa.
Max taceva, privo di qualsiasi orientamento.
“Vattene, ho detto”. Alice continuava a fissarlo con occhio di fuoco e cuore di ghiaccio.
“Ma, Alice... io...” balbettò piano Max.
“Ma niente”, lo interruppe lei “non credo ci sia molto da capire nella parola “vattene”.
Ma non l’hai capito?
Tu non sei niente per me, niente.
Io ti odio, Max, tu mi fai schifo.
Per me sei morto.”
Alice scandiva lenta le parole senza nemmeno più guardarlo negli occhi, come se lui in realtà se ne fosse già andato e lei stesse semplicemente pensando a voce alta.
Si era alzata, nel frattempo, lasciandolo in ginocchio su quel pavimento di moquette blu, con i pantaloni ancora alle caviglie e un buffo pendolo, moscio e grinzoso, a ridicolizzarlo.
“Ho pensato che fosse salutare provare a me stessa che non vali proprio niente, così come troppe volte mi è capitato di pensare. Ma guardati...”, disse gettandogli un’occhiata di rimando dallo specchio in cui si stava risistemando il trucco un po’ sbavato sul bordo delle ciglia. “Sei ridicolo”.
Rise di nuovo. Una risata sottile, beffarda, una di quelle risate che somigliano di più a un ghigno di scherno, di disprezzo, di profonda e salvifica presa di coscienza.
Una risata che arriva a colpirti come una lama lunga e affilatissima, dritta in mezzo alla schiena, senza che tu possa né prevederla né evitarla e, senza che tu riesca a capacitartene, arriva perfino a trafiggerti il cuore, oltre per oltre.
Max continuava a rimanere impietrito, sempre lì, sempre in ginocchio, sempre mezzo svestito.
“Io domani me ne torno a casa e mi auguro di cuore di non rivederti mai più, nemmeno nei miei incubi peggiori. Mi hai rovinato la vita e non ti perdonerò mai. Mi stupisce che tu possa anche solo pensarlo”, Alice lo guardava di sfuggita e sempre di riflesso da uno specchio che la obbligava di schiena a lui, sempre in ginocchio, sempre incapace di parlare, o di rialzarsi, o di rivestirsi.
Alice sistemò la maglietta sui fianchi dandosi una profonda occhiata allo specchio, poi si sorrise, come soddisfatta di sé, come se null’altro fosse importante.
Si voltò poi a prendere la borsa e, gettando un occhio al polso per controllare l’ora, disse senza nemmeno alzare lo sguardo: “Bene, ora fuori”.
Temporeggiò gentilmente quel tanto perché Max avesse il tempo di realizzare e di eseguire l’ordine.
Passò dal bagno per ravvivarsi il profumo su collo e polsi, spense la luce dello specchio, allungandosi verso il tastino alto, click, e rientrò nella cameretta adiacente.
Max era sempre lì.
Sempre immobile.
Sempre mezzo svestito.
Sempre il ciondolino a testa in giù.
Alice si innervosì e gli puntò dritto contro.
“Ho detto fuori dai coglioni!”, urlò adirata sollevandolo di peso per il bavero dalla camicia e strattonandolo forte per le spalle.
Max si alzò, privo di qualunque forma di energia.
Lei lo spinse forte verso la porta e, una volta fuori, tirò il pomolo dorato a sé e si voltò per scendere le scale.
Imboccata la seconda metà della rampa si trovò di nuovo con la faccia nella sua direzione e lo vide, per l’ultima volta.
Sempre con i pantaloni alle caviglie, sempre quella stessa espressione immobile e sconvolta, occhi vuoti, petto sgonfio, spalle curve.
Max si fece cadere di nuovo in ginocchio, come se non avesse più muscoli a tenerlo in piedi.
Lei deviò, lo sguardo scocciata, pensando che poteva starsene lì anche tutta la notte e che ormai non era più affar suo.
Ma sembrarono durare una vita intera.
Alice leggeva negli occhi di Max tutt’altre emozioni, rispetto a quelle che si muovevano dentro lei.
Come se fosse stata una cosa buona, quel che era avvenuto fra di loro.
Vestiti a metà, sul quel lenzuolo scomposto dalla frettolosità di un gesto che nemmeno le bestie selvatiche.
Era convinta, da quel che intravedeva dentro a quel suo sguardo, che lui l’avesse vissuta in maniera quasi positiva e quasi si dispiaceva di doverlo svegliare da quel mondo fittizio.
Non era nessun inizio, nessun niente.
Era stato un evento, unico, che non si sarebbe ripetuto più.
Un istinto animale che lei aveva voluto soddisfare, e ora che ne era sazia lei, bastava così.
Un gesto come a voler chiudere definitivamente quella parentesi mai chiusa davvero.
La dimostrazione che i suoi sogni gonfiavano il ricordo di quello che era il suo amore di diciassettenne stupida e inesperta.
Max non era poi così “uomo” come se lo ricordava.
Lo aveva vissuto goffo e impacciato, ora.
Assolutamente non all’altezza di gestire la situazione.
Ma di chi si era andata a innamorare!
Poteva avere migliaia di uomini migliori.
Certo, le era piaciuto, ma era servito giusto il tempo per riacquistare il ritmo regolare del respiro, per dimenticarsi dei brividi e pensare che erano quasi le 20, e che doveva incontrare l’amica.
L’aveva rimosso dal suo cervello, ce l’aveva fatta, questa freddezza ne era la prova tangibile.
Sorrideva per questo, Alice.
Lui, ignaro, decifrava tutt’altre emozioni, e nel suo corpo palpitante, e nello stesso sorriso di lei.
Fiducioso, sorrideva per questo, Max.
“Credo che tu te ne possa andare, ora”, spezzò il silenzio lei, con voce salda.
Max sembrò non cogliere la gravità di quel suo dire e prese a balbettare come stordito da quell’atteggiamento crudo.
“D’accordo... ti chiamo domani, magari ci facciamo un caffè.. magari parliamo un po’...”
Alice esplose in una risata prepotente. “Ma dimmi, tesoro, cosa credi che sia significata questa... ‘cosa’?”
Disse quel ‘cosa’ con tono sprezzante e disgustato, come non sapesse definirla altrimenti, che non aveva né ordine né nome, in una scala così bassa.
Max taceva, privo di qualsiasi orientamento.
“Vattene, ho detto”. Alice continuava a fissarlo con occhio di fuoco e cuore di ghiaccio.
“Ma, Alice... io...” balbettò piano Max.
“Ma niente”, lo interruppe lei “non credo ci sia molto da capire nella parola “vattene”.
Ma non l’hai capito?
Tu non sei niente per me, niente.
Io ti odio, Max, tu mi fai schifo.
Per me sei morto.”
Alice scandiva lenta le parole senza nemmeno più guardarlo negli occhi, come se lui in realtà se ne fosse già andato e lei stesse semplicemente pensando a voce alta.
Si era alzata, nel frattempo, lasciandolo in ginocchio su quel pavimento di moquette blu, con i pantaloni ancora alle caviglie e un buffo pendolo, moscio e grinzoso, a ridicolizzarlo.
“Ho pensato che fosse salutare provare a me stessa che non vali proprio niente, così come troppe volte mi è capitato di pensare. Ma guardati...”, disse gettandogli un’occhiata di rimando dallo specchio in cui si stava risistemando il trucco un po’ sbavato sul bordo delle ciglia. “Sei ridicolo”.
Rise di nuovo. Una risata sottile, beffarda, una di quelle risate che somigliano di più a un ghigno di scherno, di disprezzo, di profonda e salvifica presa di coscienza.
Una risata che arriva a colpirti come una lama lunga e affilatissima, dritta in mezzo alla schiena, senza che tu possa né prevederla né evitarla e, senza che tu riesca a capacitartene, arriva perfino a trafiggerti il cuore, oltre per oltre.
Max continuava a rimanere impietrito, sempre lì, sempre in ginocchio, sempre mezzo svestito.
“Io domani me ne torno a casa e mi auguro di cuore di non rivederti mai più, nemmeno nei miei incubi peggiori. Mi hai rovinato la vita e non ti perdonerò mai. Mi stupisce che tu possa anche solo pensarlo”, Alice lo guardava di sfuggita e sempre di riflesso da uno specchio che la obbligava di schiena a lui, sempre in ginocchio, sempre incapace di parlare, o di rialzarsi, o di rivestirsi.
Alice sistemò la maglietta sui fianchi dandosi una profonda occhiata allo specchio, poi si sorrise, come soddisfatta di sé, come se null’altro fosse importante.
Si voltò poi a prendere la borsa e, gettando un occhio al polso per controllare l’ora, disse senza nemmeno alzare lo sguardo: “Bene, ora fuori”.
Temporeggiò gentilmente quel tanto perché Max avesse il tempo di realizzare e di eseguire l’ordine.
Passò dal bagno per ravvivarsi il profumo su collo e polsi, spense la luce dello specchio, allungandosi verso il tastino alto, click, e rientrò nella cameretta adiacente.
Max era sempre lì.
Sempre immobile.
Sempre mezzo svestito.
Sempre il ciondolino a testa in giù.
Alice si innervosì e gli puntò dritto contro.
“Ho detto fuori dai coglioni!”, urlò adirata sollevandolo di peso per il bavero dalla camicia e strattonandolo forte per le spalle.
Max si alzò, privo di qualunque forma di energia.
Lei lo spinse forte verso la porta e, una volta fuori, tirò il pomolo dorato a sé e si voltò per scendere le scale.
Imboccata la seconda metà della rampa si trovò di nuovo con la faccia nella sua direzione e lo vide, per l’ultima volta.
Sempre con i pantaloni alle caviglie, sempre quella stessa espressione immobile e sconvolta, occhi vuoti, petto sgonfio, spalle curve.
Max si fece cadere di nuovo in ginocchio, come se non avesse più muscoli a tenerlo in piedi.
Lei deviò, lo sguardo scocciata, pensando che poteva starsene lì anche tutta la notte e che ormai non era più affar suo.
tredici
Vuoto.
Nulla. Più nulla.
Max guardava un punto che non esisteva, nella penombra del parco, seduto sulla stessa panchina.
La stessa del caffè di McDonald's, così indigesto per colpa di un incontro inatteso.
La stessa in cui aveva svuotato la sua anima, con la gentile Stefy, complice per mezz'ora del suo piano per riprendersi la sua vita.
E adesso?
Adesso vuoto.
La sua vita se n'era andata, sbattendo la porta. E dicendogli che lo odiava.
L'altra sua vita, quella finta, quella in equilibrio precario, un passo fuori dagli psicofarmaci e cinque passi fuori dalle emozioni, era come svanita. Come se non fosse mai esistita. Guardava davanti, proprio in direzione del portone della Byblion, e quel paesaggio non gli diceva nulla. Come se non avesse mai varcato quella soglia. Come se quella parentesi di esistenza socialmente accettabile di un anno e poco più non fosse mai esistita. Memoria persa in un microchip danneggiato, che qualcosa aveva espiantato dalla sua testa.
Passò un tossico barcollando. Lo guardò, con gli occhi minacciosi, sperando di aver trovato un pollo a cui spillare qualche spicciolo. Max non se ne rese nemmeno conto. La camicia stropicciata, ancora fuori dai pantaloni. I capelli scompigliati. Lo sguardo alieno. Il tossico, che di strada se ne intendeva parecchio, lo battezzò come pericolo inutile. E passò oltre.
Max restò solo col lampione e la sua luce tenue. Niente luna, niente stelle. Il cielo si stava rannuvolando. Presto avrebbe cominciato a piovere.
Distratta dagli eventi atmosferici per un istante, la testa di Max tornò per istinto al primo pensiero della lista. E il primo pensiero fu la cosa più concreta che gli restava. Il sesso furioso con Alice.
Max ripercorse, attimo per attimo, il promettente inizio di quel pomeriggio. Lei. La sua sfacciata decisione, la sua voglia straripante. Il suo corpo, di giovane donna che stava sbocciando come un fiore all'inizio dell'estate.
La sua figa. Il cazzo che si muoveva agile e violento dentro quel tunnel. E poi il suo sapore. I muscoli che reagivano al suo tocco. Il calore della sua pelle torrida e liscia. Il suono dei suoi gemiti.
Max interruppe il pensiero, prima che fosse troppo tardi. Come una frenata sul ciglio di un burrone. E si concentro sull'erezione. Dura. Prepotente. Che faceva male, dentro i pantaloni. Si guardò intorno. Non confessò nemmeno a se stesso che stava cercando un angolo più buio. Per dare sollievo a quell'erezione. Per dare un epilogo a quella giornata spaventosa.
Venire. Come una bestia. Un cane che si struscia su un albero. O una scimmia che non smette di toccarsi.
Max si alzò, dirigendosi deciso verso una nicchia fatta di cespugli.
Milano centro. Macchia verde in mezzo al grigio del cemento e al buio di una notte.
Max sentì le prime gocce di pioggia, mentre liberava il cazzo dalla prigione dei pantaloni.
Max chiuse gli occhi, mentre lo afferrava piano, stringendolo con la mano destra. Come avrebbe dovuto fare lei.
Max non si stupì, quando l'odore che gli salì sulle narici fu quello di lei. Del suo sesso. Della sua voglia.
Max non si domandò se fosse solo un'illusione. Spinto dall'istinto, mosse la sua mano più veloce. E ansimò a voce alta, fottendosene se avrebbe fatto troppo rumore, attirando l'attenzione dei passanti che portavano i cani a pisciare.
Max voleva solo venire.
Venire. E poi andarsene.
Nulla. Più nulla.
Max guardava un punto che non esisteva, nella penombra del parco, seduto sulla stessa panchina.
La stessa del caffè di McDonald's, così indigesto per colpa di un incontro inatteso.
La stessa in cui aveva svuotato la sua anima, con la gentile Stefy, complice per mezz'ora del suo piano per riprendersi la sua vita.
E adesso?
Adesso vuoto.
La sua vita se n'era andata, sbattendo la porta. E dicendogli che lo odiava.
L'altra sua vita, quella finta, quella in equilibrio precario, un passo fuori dagli psicofarmaci e cinque passi fuori dalle emozioni, era come svanita. Come se non fosse mai esistita. Guardava davanti, proprio in direzione del portone della Byblion, e quel paesaggio non gli diceva nulla. Come se non avesse mai varcato quella soglia. Come se quella parentesi di esistenza socialmente accettabile di un anno e poco più non fosse mai esistita. Memoria persa in un microchip danneggiato, che qualcosa aveva espiantato dalla sua testa.
Passò un tossico barcollando. Lo guardò, con gli occhi minacciosi, sperando di aver trovato un pollo a cui spillare qualche spicciolo. Max non se ne rese nemmeno conto. La camicia stropicciata, ancora fuori dai pantaloni. I capelli scompigliati. Lo sguardo alieno. Il tossico, che di strada se ne intendeva parecchio, lo battezzò come pericolo inutile. E passò oltre.
Max restò solo col lampione e la sua luce tenue. Niente luna, niente stelle. Il cielo si stava rannuvolando. Presto avrebbe cominciato a piovere.
Distratta dagli eventi atmosferici per un istante, la testa di Max tornò per istinto al primo pensiero della lista. E il primo pensiero fu la cosa più concreta che gli restava. Il sesso furioso con Alice.
Max ripercorse, attimo per attimo, il promettente inizio di quel pomeriggio. Lei. La sua sfacciata decisione, la sua voglia straripante. Il suo corpo, di giovane donna che stava sbocciando come un fiore all'inizio dell'estate.
La sua figa. Il cazzo che si muoveva agile e violento dentro quel tunnel. E poi il suo sapore. I muscoli che reagivano al suo tocco. Il calore della sua pelle torrida e liscia. Il suono dei suoi gemiti.
Max interruppe il pensiero, prima che fosse troppo tardi. Come una frenata sul ciglio di un burrone. E si concentro sull'erezione. Dura. Prepotente. Che faceva male, dentro i pantaloni. Si guardò intorno. Non confessò nemmeno a se stesso che stava cercando un angolo più buio. Per dare sollievo a quell'erezione. Per dare un epilogo a quella giornata spaventosa.
Venire. Come una bestia. Un cane che si struscia su un albero. O una scimmia che non smette di toccarsi.
Max si alzò, dirigendosi deciso verso una nicchia fatta di cespugli.
Milano centro. Macchia verde in mezzo al grigio del cemento e al buio di una notte.
Max sentì le prime gocce di pioggia, mentre liberava il cazzo dalla prigione dei pantaloni.
Max chiuse gli occhi, mentre lo afferrava piano, stringendolo con la mano destra. Come avrebbe dovuto fare lei.
Max non si stupì, quando l'odore che gli salì sulle narici fu quello di lei. Del suo sesso. Della sua voglia.
Max non si domandò se fosse solo un'illusione. Spinto dall'istinto, mosse la sua mano più veloce. E ansimò a voce alta, fottendosene se avrebbe fatto troppo rumore, attirando l'attenzione dei passanti che portavano i cani a pisciare.
Max voleva solo venire.
Venire. E poi andarsene.
quattordici
La cena proseguiva apparentemente tranquilla, ma Alice non riusciva a non pensarci. Di tanto in tanto, quello sguardo gli saettava di nuovo nella mente, oscurando tutto il resto. Quello sguardo. Di bambino ferito, che riceve lo scapaccione dalla mamma spazientita e che non piange, no, guarda soltanto. Con quegli occhioni stupiti e feriti, che oltrepassano la soglia del pianto, come chiedendosi allibito cosa è che ha fatto, di così tanto grave, per meritarsi un trattamento così forte. Ci pensava, lo rivedeva, si oscurava. “Qualcosa non va, cara? Non hai mangiato nemmeno un boccone...”, si interrompeva Adele, nel vederla cambiare espressione. “Oh, no... perdonami, sono solo un po’ stanca”, mentiva lei sforzandosi di sorridere. In realtà sentiva di aver esagerato; voleva dargli una lezione, certo. Voleva fargli capire come si era sentita, quando lui l’aveva usata e poi buttata. Voleva umiliarlo, come lui aveva fatto con lei. Voleva spezzare i suoi sogni, le sue speranze, esattamente come lui aveva fatto con lei. Occhio per occhio. Se c’era qualcuno che l’aveva privata della sua stessa vita, che l’aveva obbligata a una vita non sua, che l’aveva depredata di tutti i suoi sogni, quel qualcuno era lui. E lei voleva rigirare il dolore che aveva dovuto subire direttamente sulla causa di quel suo male. Ma lei, forse, avrebbe potuto perdonarlo. Avrebbe potuto comprendere il calvario che, anche lui, aveva dovuto passare. Avrebbe potuto immaginare cosa doveva aver significato perdere la famiglia, inclusa sua figlia, che lui amava così tanto. Perdere la sua vita intera, i suoi amici, il suo lavoro, la sua stessa identità. Forse Alice poteva parlarci, e tutto sarebbe parso più chiaro. Ora non avevano più nessuno che li ostacolava, avrebbe potuto dargli ancora una possibilità. Se lo amava? Oddio, non lo capiva, troppi sentimenti contrastanti a mescolarsi feroci. Se avrebbe potuto dimenticare? Non capiva, davvero, non sapeva. Sapeva soltanto di aver calcato troppo la mano, in quel gioco di potere nel quale aveva perso le redini e il suo inconscio, imbizzarrito e indomabile, aveva fatto il resto senza che quasi lei se ne accorgesse. Una chiacchierata, non le sarebbe costata niente. Per capire cosa era successo, in tutti quegli anni di silenzi, quanti i rimpianti, quali i pensieri. “Tesoro, davvero... vuoi che ti riaccompagni in albergo?” fece Adele, accorgendosi ancora una volta della sua assenza. “Oddio, perdonami”, scrollò la testa Alice “non sono una buona compagnia eh?” fece tirando un sorriso, “forse è meglio, sì... una buona dormita potrebbe aiutare, magari il dopocena alcolico lo rimandiamo a un’altra volta”. “Come vuoi, tesoro”, sussurrò piano Adele come se avesse annusato nell’aria un malessere che oltrepassava, e di molto, la semplice stanchezza. Ma non si sentì di infierire, ritenendo che davvero una dormita l’avrebbe aiutata a cancellare quei pensieri bui, di qualunque natura fossero. Pagò e la raggiunse fuori, dove Alice, stretta nelle spalle, fumava fiacca una sigaretta. “Andiamo?”, bisbigliò Adele cercando di incrociare il suo sguardo perso chissà dove. “Sì, scusami ancora”.
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